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Incontri culturali a Beirut. Joumana Haddad, scrittrice e poetessa

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(di Simone Perotti)

“Cos’è per te il pregiudizio?”. Inizio da una domanda che immagino la trovi preparata. Joumana Haddad è una donna esposta, contro il maschilismo della società araba, contro le discriminazioni e forte sostenitrice della laicità dello Stato. Donna forte, vispa, intelligente, e cosa che metto opportunamente per ultima, bellissima, quasi algida nella sua floreale avvenenza. Questa cosa mi colpisce, perché ho appena finito di leggere “Il ritorno di Lilith”, che ho trovato invece di una passionalità travolgente, dionisiaco, orfico, sensuale. La immaginavo diversa, in effetti. Una cosa che mi dà la nausea. Veniamo giudicati spesso per quello che non abbiamo scelto: razza, colore della pelle, appartenenza a una comunità d’origine, sesso. Se parliamo delle donne, compiono un viaggio per nulla confortevole nel mondo arabo. Il pregiudizio va combattuto strenuamente, in ogni sede. Per farlo però bisogna necessariamente riflettere sulla propria identità, il che vuol dire che subire il pregiudizio è anche una circostanza fortunata, perché ci costringe a fare quello che non facciamo mai”. 

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Incontri culturali a Beirut. Lorenzo Trombetta, giornalista

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(di Simone Perotti)

“Intanto devo dirvi che la vostra spedizione mi piace moltissimo. Vi ho incontrati con le solite riserve tipiche del giornalista - 'Ah, eccone altri fissati col dialogo mediterraneo.' - Poi quando ci siamo incontrati all’ambasciata l’altra sera, ci siamo parlati, abbiamo comunicato, e questo mi ha fatto capire che siete gente vera.”. Riporto il complimento perché ne sono orgoglioso, dunque perché nasconderlo. Ma poi con Lorenzo Trombetta, 19 anni in Medio Oriente, 11 a Beirut, entriamo subito nel vivo, anche perché il tempo per questa intervista è risicato, compresso tra i tanti impegni. Semplicità, dialogo vero, comunicazione bilaterale, sono cose preziose, anche qui in Libano. Che da questo punto di vista è un po’ una fregatura. Apparentemente tanta appartenenza, vita notturna sfrenata, donne emancipate, banche attivissime, vita moderna, sembra di stare in Europa. Poi, se alzi il tappeto, le cose sono assai diverse. In amore, nell’amicizia, la finta internazionalità, si rivela tutta la difficoltà ad aderire a quello schema apparente”.

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Incontri culturali a Beirut. Kamal Mouzawak, chef

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(di Simone Perotti)

“Cos’è il successo…”. Se lo chiede Kamal Mouzawak, chef di grande tendenza e ispirazione, sorto agli onori della cronaca anche internazionale grazie a una visione del tutto originale del suo lavoro. Iniziamo l’intervista parlando di Slow-Food, di cui è stato membro del board per due anni, l’unico non italiano a farne parte, e poi ne è uscito sbattendo la porta. Gli chiedo perché. “Motivi di potere” mi risponde laconico, senza aggiungere quali. “Vede” aggiunge, “il mio credo non è il guadagno, ma la comunità sociale. Io voglio fare una piccola isola di cose buone”. Kamal cita Eataly, e io mi incuriosisco. Capisco anche male perché il suo inglese è ottimo ma pronunciato in modo molto chiuso, quasi stoppato, e inizialmente perdo qualche parola. “Farinetti ha creato un format molto chiuso e preciso. È bravissimo, lo invidio, ha creato un impero, magari ci riuscissimo noi. Ma quel format è tutto basato sui soldi, il resto sono cose di contorno con poco rilievo, piegate al denaro. A me interessa lo sviluppo sociale”. Interessante approccio per uno che dovrebbe cucinare. In questa epoca se vuoi un filosofo devi andare al ristorante. “Il format di Eataly è super, ma privo di emozione e di orgoglio. Noi siamo dei nani al confronto, ma il nostro modello è tutto basato sulle persone." Fin qui, mi renderò conto più tardi, sto pensando che Kamal viaggi per slogan e poco altro, ma mi sto sbagliando.

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Incontri culturali a Beirut. Jabbour Douaihy, scrittore

 

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(di Simone Perotti)

“Bisognerebbe che ci intendessimo prima su cos’è il Mediterraneo…”. Citiamo tra noi i libri di Fernand Braudel, di David Aboulafia e altri, vagando un po’ con lo sguardo. È sempre così quando si arriva a dover definire il Mediterraneo. È una situazione tipicamente mediterranea, del resto, non avere certezza nella definizione di ciò di cui si sta parlando.

“Io e la mia generazione di scrittori e giornalisti e professori, soprattutto di sinistra, ci siamo dovuti confrontare con un’idea possibile di luogo dove poter vivere insieme, tra diversi. I confini del Libano non aiutano né complicano, stringono solo in un’area specifica la questione, dove cristiani e islamici, nelle varie e diverse declinazioni dei riti (che qui sono ben 18, tra Sunniti, Sciiti, Drusi, Maroniti ..., ndr), tuttavia coesistono, essendo pienamente ciò che sono, senza doversi adattare in nulla di sostanziale. Io vengo dal nord del paese, ad esempio, e vivo qui, sono qui facendo esattamente ciò che volevo fare ed essendolo pienamente, liberamente. Non è facile, naturalmente, questa coesistenza, ma malgré tout siamo qui”.

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Incontri culturali a Beirut. Aline Manoukian, fotografa

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(di Simone Perotti)

Studiavo storia della fotografia, avevo diciassette anni, ero in California…”. Racconta la sua storia Aline Manoukian, fotografa Reuters, testimone della guerra degli anni ’80, personalità di spicco, anche internazionale, del settore del fotogiornalismo. “Tornai a Beirut a 19, perché la mia famiglia non ne voleva sapere che una ragazzina vivesse dall’altra parte del mondo. E mi trovai qui, in una guerra”. Racconta la sua storia professionale con onestà, senza romanzare. “Fotografa per caso, ecco come andò. Un amico della Croce Rossa mi disse se volevo andare con lui, io dissi di sì, e quando scendemmo, dopo una corsa folle con la sirena in mezzo a macerie e strade sbarrate, mi trovai tra cecchini, bombe, feriti, uno scenario incredibile. Feci delle foto. Al rientro un giornalista del Daily Star mi chiese cosa avessi nel rullino. Gli spiegai, gli mostrai le foto. Lui rimase di sasso: “Tu sei entrata nella zona proibita, dove ci sono i combattimenti e nessuno è autorizzato ad entrare!!??”. Avevo fatto uno scoop, senza saperlo”. 

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Incontri culturali a Beirut. Mashrou'Leila, o della musica

 

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(di Simone Perotti)

A vederli sul molo, mentre si avvicinano alla barca, sembrano una tipica boy-band, in salsa mediorientale. Understatement nei vestiti, apparentemente casual, capelli ben curati ma senza alcun particolare vezzo. 

Occhiali scuri per due di loro. Di fronte alla passerella per salire a bordo, due rimangono impietriti. Dovrò aiutarli dando loro la mano, come temessero del proprio equilibrio. E invece, i Mashrou’ Leila, band alternative, pop-rock o indie, a seconda di come vengono definiti o si definiscono loro stessi, di equilibrio ne dimostrano molto, quasi troppo.

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