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Incontri culturali ad Atene: Petros Màrkaris, scrittore

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(di Simone Perotti)

Petros Màrkaris, nato ad Istanbul da famiglia di origine armena ma romea per lingua d’elezione, dunque linguisticamente greco, ha studiato in Germania, poi è venuto a vivere ad Atene, dove lo incontriamo all’Istituto Italiano di Cultura, in Via Patission al  numero 47. “Io posso vivere solo dove c’è la mia lingua,” spiega nel suo bel saggio “Io e Kostas Charitos”.

Il suo commissario di polizia è diventato famoso, i suoi romanzi sono tradotti in molte parti del mondo, in Italia da Bompiani, per cui è in traduzione l’ultimo libro, “Titoli di coda”, secondo la traduzione che lo stesso Màrkaris ci spiega. Il suo personaggio lo chiamano impropriamente “il Montalbano greco”, ma Màrkaris dice di riferirsi soprattutto a Sciascia e Vasquez Montalban. E’ uno dei pochi scrittori che ha scelto di occuparsi della crisi, il vero protagonista delle sue storie, tutte ambientate in un’Atene calda, asfissiante, attraversata da tensioni sociali, degrado morale, tracollo economico.

Il noir è un genere che scaturisce direttamente dal romanzo sociale. Basta citare "I Miserabili", per capirci. Solo che nel poliziesco e nel noir tradizionali la domanda è “chi?”, mentre in quello attuale è “perché?”.

Màrkaris ci tiene a entrare subito nell’argomento della prima domanda: cosa fanno gli intellettuali per capire la crisi e indicare la via. “Quando parlo con i miei colleghi parliamo sempre dei problemi della contemporaneità. Poi però nei loro libri non ne trovo più traccia… Io voglio, e devo, aiutare la gente a capire le domande dell’oggi”.

L’accusa del mondo intellettuale è sempre pronta, in questi casi: “Come fai a capire l’oggi? Sei troppo vicino! E’ troppo presto!”. “E’ vero,” risponde l’autore “ma io ho due opportunità a favore: sono nato da una minoranza, dunque mi sono sempre trovato in una condizione, diciamo così, di crisi, ci sono abituato. E poi ho studiato molto Brecht, che parlava del punto di vista, di allontanarlo dall’oggetto dell’osservazione, posizionarlo fuori dalla scena, per comprenderla meglio. E poi sento questa responsabilità: la gente deve farsi domande, deve cercare di capire”.

Màrkaris è uno che parla tanto, volentieri, sembra che ami la comunicazione. “I giovani sono convinti che mamma Europa li salverà. Se gli dici qualcosa di diverso vanno nel panico” si mette a ridere, ma di un riso compassionevole e amaro. “Devo anche dire che l’emorragia di giovani verso l’estero dove cercare fortuna più agevolmente sembra rallentare. Dal 2012 in avanti vedo che alcuni giovani hanno deciso di restare e combattere qui, per e nel loro Paese”.

“La mia generazone non è innocente, abbiamo molte colpe. Oggi dobbiamo aiutare i giovani a fare il passo, il primo, il più difficile, verso una marcia migliore. Serve tempo, tuttavia.  La maggiore responsabilità della politica è aver minimizzato l’entità del problema, e la gente è caduta in una trappola, non era preparata”.

Quasi non serve fare domande, a Petros Màrkaris, che segue un filo interessante, politico, sociologico, intellettuale. “La mia generazione era politica, viveva con la politica sempre in tasca. L’Europa invece è nata su basi economiche, parla solo di economia, e la politica è diventata una servizievole ancella, uno strumento della finanza, per di più della finanza globale, neppure solo continentale. La gente è caduta nella trappola, una vera e propria trappola pubblicitaria. Le sono stati spacciati prodotti invece che idee, e la gente ci ha creduto. Capisci il guaio qual è?!”

Markaris s’infervora, si vede che i suoi 77 anni li ha vissuti con impegno e partecipazione. Gli chiedo se non siamo di fronte a un attacco culturale dei paesi del nord e cosa c’entri in tutto questo il Mediterraneo. “Quando vado in Germania chiedo ai tedeschi che incontro cosa pensano della Sicilia, delle Cicladi, e loro vanno in brodo di giuggiole: che bello, che meraviglia, ci siamo stati questa estate! Bene, gli rispondo, peccato che di quei luoghi voi non sappiate niente! Il Mediterraneo non è un’isola per le vostre vacanze, ma è un luogo che ha un’identità! Ma vedi, non mi stupisco. I tedeschi non sanno nulla di politica, sono del tutto ignoranti a riguardo. Sanno tutto d’industria, marketing, prodotti, organizzazione, sono un popolo con molte doti, ma di politica proprio non ne sanno”.

Si diverte anche un po’ Màrkaris, dall’alto della sua profonda conoscenza di paesi così distanti e diversi. Gli chiedo cosa ne pensi del fatto che per ogni invasore occorre sempre che ci sia anche qualcuno disposto ad essere invaso. “E’ del tutto vero. Non si sa perché, ma a un certo punto abbiamo iniziato a guardare a nord. Abbiamo smesso di chiederci e di capire come stare insieme al sud. Anzi, si capisce benissimo il perché: è un problema di educazione e di cultura. Quando abbiamo smesso di investire su queste cose ci siamo messi nella condizione di essere invasi. Capita quando ti metti a parlare sempre di denaro e mai del resto”.

Il denaro. L’economia… Màrkaris continua: “Il punto di svolta è stato la guerra fredda. Troppi soldi lungo il confine orientale. Soldi che servivano a tenere la posizione contro il blocco socialista sovietico. Ad ogni passo fatto verso l’UE, nata come mercato, poi come moneta unica, poi come comunità economica, abbiamo perso pezzi della nostra capacità di generare cultura, pensiero e dunque vera e utile politica”.

E ora paghiamo il prezzo, è così? “Ma certo. Paghiamo ora il fio della nostra assenza di idee. Dunque è anche e soprattutto colpa nostra questa crisi. Ma attenzione, le cose possono peggiorare. Il sistema così com’è concepito non durerà. Non può che crollare, prima o poi. Zero crescita e mancanza di una visione. Un quadro molto fosco. Il sistema è al capolinea, e qualcuno deve prendere l’iniziativa”. Gli chiedo chi, se ha in mente qualcuno, ma Màrkaris scuote la testa. Non sa rispondermi. Qualcuno ha un’idea?

Provo a proporgli la questione del metodo, sempre utile in assenza di idee. Forse abbiamo ragionato troppo sugli elementi di contiguità tra paesi e culture del Mediterraneo. Forse dovremmo invertire il segno, immaginare un quaderno delle differenze. Che ne pensa Markaris?

“Un’eccellente suggestione. Bisogna compilare un catalogo delle differenze, dei punti di divisione, per poi provare a tracciare il quadro delle identità, stabilire che priorità abbiamo, come concepiamo la vita e la comunità ogni giorno”.

Non sarà semplice, provo a essere io pessimista, stavolta. Manca lucidità, manca la motivazione…? Cosa ci manca per dare avvio a questo processo? “Noi mediterranei abbiamo un difetto molto pericoloso: abbiamo una vera passione per le risposte semplici, che tuttavia non esistono”.

Provo ad accennare all’idea degli Stati Uniti del Mediterraneo. Tutto sommato duecento anni fa si iniziava a parlare di Europa Unita e pareva ugualmente un’utopia…

“Ne parliamo troppo poco, in pochi, di Mediterraneo. Questa idea suona bene, ma occorre stabilire quale sia il punto di partenza. Quello europeo, l’economia, si è rivelato sbagliato. Il capitalismo si è fatto manipolare dalla finanza e dall’economia sfrenate, e questo è stato il risultato del fallimento del socialismo. Ora quale sistema vogliamo generare, per vivere come? Manca un back-up intellettuale, e manca soprattutto alla sinistra!”

Màrkaris è in piena trance giaculatoria e va a concludere il nostro incontro con un j’accuse molto affilato, cui non riesco ad opporre alcun commento, anche perché condivido tutto quello che dice: “La sinistra?! Ma dov’è la sinistra? Io sono di sinistra! Il problema è che la sinistra non lo è più! Chi è di sinistra oggi: Syriza? Renzi? Ma per favore… Chiedo scusa, non voglio offendere nessuno, ma non venitemi a dire che Renzi è di sinistra! E Syriza? Non è sinistra quella, è il partito che riunisce i consumatori disillusi. Non ci sono intellettuali in quel partito, non c’è elaborazione. Nel loro programma la cultura ha mezza paginetta. Ma stiamo scherzando?! Il fatto è che per avere una sinistra serve pensiero, servono intellettuali, ma nella sinistra non ce ne sono più”.

A telecamera spenta Markaris non vuole lasciare l’idea di essere solo negativo. “Sia chiaro, io la penso come quel francese che diceva che l’ottimismo è solo mancanza di informazioni. Dunque non sono un ottimista ideologico. Ma sarò sempre pronto a combattere, a spendermi, se si combatte davvero”.

Però, che verve Petros Màrkaris.

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