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Incontri culturali ad Istanbul: Nermin Mollaoglu, o della letteratura turca

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(di Simone Perotti)

Nell’ufficio della maggiore agenzia letteraria turca Kalem Agency respiro odore di casa. Mi pare di entrare nella sede di Consulenze Editoriali, l’agenzia di Rosaria Carpinelli, in Vittor Pisani a Milano. Invece siamo a Istanbul, nel quartiere di Galata, a Beyoglu, sul lato di levante del Corno d’Oro, parte europea. Incontro qui Nermin Mollaoglu, bulgara di nascita, turca stambuliota da quando aveva tre anni, una quarantenne avvenente e veloce, occhi rapidi e profondi, posizione della testa lievemente reclinata, come di chi sia timido ma subito reagisca ad ogni eventuale ritrosia. Rappresenta circa cento autori, un numero impressionante anche per la più grande agenzia letteraria americana, e lo fa, da quel che comprendo, con una tempra e una creatività davvero sorprendenti nel panorama del mondo editoriale. 

Mondo che, in Turchia, per altro, ignoro. Parto dunque con qualche domanda sulla situazione culturale turca. “Molto buona, direi. Abbiamo una grande quantità e varietà di autori, tutti nella narrativa e nella saggistica. Il Nobel di Orhan Pamuk ha fatto letteralmente esplodere l’attenzione del mondo su di noi. Dal 2006 c’è stata una fiammata d’interesse che ha generato in pochissimo tempo oltre 2000 titoli tradotti in almeno una lingua straniera. Naturalmente si sentono tanti lamenti qua e là, ma non è vero che si legge poco. 1000 editori, di cui reali forti e attivi 150 non sono un cattivo scenario. Il 30% dei lettori è qui a Istanbul, dove si produce il 70% dei libri”. Nermin è molto preparata, snocciola dati e cerca d’interpretarli. “Qualche anno fa il governo ha preso la decisione di offrire gratuitamente tutti i libri scolastici, e questo ha dato una spinta ulteriore all’intero comparto”. Libri gratis a tutti, sobbalzo sulla sedia pensando ai tagli italiani alla scuola. “Comunque la situazione editoriale turca è in grande fermento. Aprono molti nuovi editori, spesso di giovani, e quel che leggiamo oggi in Turchia è per almeno il 50% una traduzione dall’estero. Cosa, secondo me, molto importante per viaggiare, capire, conoscere, sapere, allargare la mente del nostro popolo”.

Io voglio sapere cosa accade qui, che ruolo ha lo scrittore, e voglio parlare di libertà d’opinione. Nermin non si fa pregare ad entrare nel vivo. “Abbiamo tre categorie di scrittori, di cui una è quella degli scrittori commerciali. Le altre due sono di scrittori impegnati, una di sinistra e una di destra”. Affascinante chiarezza nell’analisi. Mentre parla cerco di immaginare cosa risponderei io in Italia, o cosa risponderebbero in Grecia, dove siamo appena stati per quasi sei mesi. “Ma tutti sono molto seguiti, hanno un ruolo ben definito, almeno una decina di essi ha più di un milione di follower sui social, che sono il principale organo d’informazione e comunicazione. Anche perché pochi scrivono sui giornali, visto che sui media tradizionali se hai un’opinione imbarazzante per qualche potere vieni escluso dai collaboratori. Immagino sia così anche in Italia”. Insomma, direi proprio che qui si sbaglia, ma capisco che non voglia dare troppo accento a quel che ha appena detto, considerandolo, in qualche modo, fisiologico.

E la censura? “Sui libri non c’è censura, ma spesso non serve. L’autocensura fa già un egregio lavoro. Dagli anni ’80 abbiamo la famosa legge 301 che è uno strumento affilatissimo: se un lettore si sente urtato per qualcosa che legge in un libro può rivolgersi alla corte di giustizia e l’autore, l’editore e il traduttore rischiano pene severe, non pecuniarie: il carcere. Direi che dunque stanno tutti piuttosto attenti a quel che scrivono”. Accidenti. Penso a quanta gente mi ha scritto e-mail di fuoco, nera dalla rabbia, a commento di qualche mio libro. Se la 301 ci fosse anche in Italia credo che mi sarei preso almeno vent’anni. Uno scorpione mi scala la schiena. E una domanda: cosa scriverei io se avessi paura? Un quesito che uno scrittore è meglio che non si ponga. La risposta potrebbe non piacergli.

Secondo l’opinione di Reporter senza Frontiere la Turchia è al 148°posto su 178 nella classifica sulla libertà di stampa (l’Italia non è che debba poi sorridere molto, è 61° tra Guyana e Repubblica Centrafricana), mentre secondo lo European Journalism Observatory, la Turchia guida la classifica dei Paesi con il maggior numero di giornalisti in carcere per reati d’opinione. Io non sono un grande difensore dei giornalisti, e ne conosco alcuni che se non in galera, vedrei volentieri radiati dall’albo, ma il dato, se confermato, è impressionante. In effetti, studiando le biografie degli autori che incontriamo o che leggiamo qui, trovo sovente il riferimento a periodi di detenzione o di esilio autoimposto per evitare il carcere. Nermin tuttavia, mentre penso a questi dati, getta acqua sul fuoco: “Le cose tuttavia stanno migliorando. Quando ero bambina non era semplice, a volte era impossibile trovare un libro che parlasse di temi scottanti o di minoranze o dell’interpretazione critica di alcuni periodi politici o di guerra interna ed esterna. Oggi invece, se vai in libreria ti accorgi che queste pubblicazioni fioriscono, aumentano, con prospettive anche opposte, dunque con molta più possibilità per il lettore di comporre autonomamente una propria opinione”. Le chiedo anche se esista una letteratura nazionalista. “Certo che esiste, e va fortissimo! Anche in televisione. Qualche tempo fa un serial tv sul periodo dell’impero ottomano ha tenuto tutti incollati al video per credo tre anni. La sera dell’ultimo episodio ricordo che camminavo per la città. Era deserta! Perfino i miei genitori erano a casa davanti alla tv”. Sorridiamo. Poi lei si rifà improvvisamente seria. “La letteratura turca, comunque, è sempre sofferente. Tali e tante questioni hanno generato dolore…e ne troviamo traccia spesso, dovunque, tra le pagine dei libri”.

Per alleggerire appena il nostro dialogo le chiedo dell’Italia: “Non è il mercato da cui traduciamo di più, e gli autori italiani non scalano le classifiche, e tuttavia traduciamo, gli autori ci sono, e direi che lo scambio editoriale sta crescendo”.

Ti senti mediterranea Nermin? le chiedo, per capire cosa pensa una donna colta, bulgara d’origine, turca e stambuliota di formazione ed elezione, che però viaggia, vede il mondo, segue i grandi processi umani sui media. “Io mi sento balcanica, se vogliamo essere precisi. Oppure cittadina de La Città (così i turchi chiamano Istanbul: La Città, ndr) che è il centro del mondo” ride, ma questo concetto serpeggia molto spesso. Istanbul, l’antica Costantinopoli e l’ancor più antica Bisanzio, ha questa fama, dà questa sensazione. La chiamano anche la Città delle Città. Le chiedo se non abbia voluto sviare la mia domanda, visto che i Balcani sono nel Mediterraneo. “Sì, hai ragione. Beh, diciamo così: mi sento certamente più vicina ai greci e agli arabi che agli svedesi. Ti va bene così? Ti racconto una storia: mia madre aveva sempre detto che se non avesse sposato un uomo di mare, uno che era nato sulla costa e che aveva a che fare col mare, le cose non sarebbero andate bene. Questo direi che è molto mediterraneo, no?! Sicuramente il sentimento della mediterraneità c’è qui in Turchia, anche se direi che appartiene più agli egei e agli anatolici del sud che a quelli del nord”.

Parliamo d’Europa: “L’Europa è stata unita dalla comune religione, credo che questo ostacolerà qualunque processo di unificazione del Mediterraneo”. Le faccio notare che quella “colla” non ha impedito secoli di guerre e che mentre si pensava a unire l’Europa sono state combattute due guerre mondiali. Direi che il Mediterraneo parte avvantaggiato. Nermin conviene con me. Colgo il fatto che sull’argomento Mediterraneo Nermin sta forse riflettendo ora per la prima volta. Una sensazione che ho avvertito spesso nei miei incontri, e che mi fa pensare. Siamo davvero agli albori di una riflessione così importante, e questo da un lato scoraggia, da un altro eccita la mente dello scrittore e del sognatore.

Cosa serve, da cosa partiresti tu, per ragionare sul dialogo mediterraneo e su una futura cittadinanza di quest’area del mondo? “Dalla conoscenza. Riflettevo poco fa, mentre parlavi, che potrei dirti una quindicina o massimo venti nomi di autori dei 29 Paesi che visiterà Mediterranea. Eppure sono una lettrice fortissima, lavoro nell’editoria, gli autori sono il mio pane quotidiano. Non è indicativo questo? Occorre globalizzare il Mediterraneo, forse. Quella che abbiamo subito in questi anni è stata una americanizzazione, non una globalizzazione. Bisogna viaggiare per il Mediterraneo, come fate voi, capire, ascoltare, conoscere, leggere, diffondere. La conoscenza reciproca è alla base di ogni processo sul tema”.

Nermin mi racconta dell’ITEF (International Tanpinar Edebyat Festivali - Istanbul Tanpinar Literature Festival), che sono 7 anni che ha fondato e organizza. Un festival del libro di grande rilievo, a cui le propongo di aggiungere una sezione che faccia da focus sul Mediterraneo. Ne parliamo per qualche istante, poi ci accorgiamo che l’intervista è finita. Mi chiede dei miei libri, e in modo del tutto informale ma credo autentico mi propone di far uscire il mio prossimo romanzo in contemporanea in Italia e in Turchia. Nermin va veloce. Chissà che gente come lei non possa far accelerare tanti processi nel nostro grande mare.

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