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Incontri culturali ad Istanbul: Luigi Ballarin, pittore

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(di Simone Perotti)

Che ci fa un pittore veneziano che dipinge soggetti prevalentemente arabeggianti a Istanbul? “Un mio parente mi portò della sabbia, quando ero bambino… Credo sia nato tutto da quella manciata di deserto…”. Luigi Ballarin, pittore, veneziano di nascita, romano d’adozione, con uno studio ricavato da un appartamento bohemienne nel quartiere di Cihangir a Beyoglu, una scalinata a chiocciola che fa venire il fiatone. 

“Sono venuto varie volte, e Istanbul non mi aveva mai rapito. Poi nel 2011 un primo contatto forte, la prima scossa di energia. Dal 2013 faccio su e giù, un mese e poi a casa, senza mai riuscire a restare in Italia o qui. Sono un po’ diviso, diciamo, tra due Paesi”.

Qui Ballarin ha una curatrice artistica. “Ero venuto per una mostra. Erano i giorni di Gezi e dei disordini di piazza Taksim. Siamo anche finiti in ospedale per le esalazioni dei lacrimogeni. Bastava passeggiare per la città e si rimaneva intossicati. La mia mostra era in locali comunali, c’era da aver paura. Durante la mostra precedente erano state spaccate le vetrine, un bel caos. Che momenti. Ad ogni modo, la feci, andò bene e la mia curatrice mi chiese di farne altre.

Qui, anche nell’arte, hanno un modo di lavorare tutto loro. Magari sembra che non accada niente fino a un giorno, a ridosso dell’evento, quando tutto si scatena e in un baleno è tutto pronto. I turchi, se vogliono, sanno essere molto operativi. Una volta ho visto preparare il catalogo di una mostra in un giorno. Cose per noi impensabili”.

Luigi qui ha trovato l’Arabia, invece dell’America. “Sì, qui c’è fermento, ai vernissage ci viene un mucchio di gente. La gente segue, i giornali scrivono, il mercato compra. E per me, affascinato dal mondo arabo, qui è pieno di suggestioni e di citazioni. Un luogo dell’esotismo che mi avvicina ai soggetti della mia pittura”.

Venezia - Costantinopoli. Un pittore e le sue fascinazioni. Una città immensa, che dà energia. “Se sono un pittore mediterraneo? Direi di sì, anche se non c’ho mai pensato”. Mediterraneo inconsapevole, non è la prima volta che ne troviamo traccia. “Io ritraggo momenti di folla, di preghiera, dipingo in modo minuzioso, con una sorta di tecnica puntinista, che richiede tempo. E da luglio a marzo ho prodotto più di una quindicina di quadri. Non pochi, l’energia mi aiuta. Vorrei restare più tempo da queste parti, passarci un tempo più continuo e dilatato”.

Ballarin ci racconta gli episodi della sua vita qui, l’esperienza della comunità italiana unita, che dialoga, ci parla delle fiere artistiche, alcune molto importanti anche a livello internazionale, e ci racconta che ce ne sono anche a Dubai, in Libano (una già alla quarta edizione, ndr). Insomma, un mondo artistico che ferve assai più in alcuni paesi del mondo islamico che in Italia: “In Italia ti fanno pagare per esporre i quadri. I galleristi italiani sono diventati degli affittapareti, almeno alcuni di essi, non tutti grazie al cielo. Ma il mercato è immobile”.

Ci dice anche che qui l’Italia è guardata con attenzione, a tratti con venerazione, e la gente verrebbe assai di più se i visti e le tasse non fossero così care. Ma di quel che accade qui? Ha sentore, Ballarin, crede che l’intellettuale, l’artista, dovrebbe partecipare? “Sì, l’arte getta ponti. Bisognerebbe fare di più. Ma non è facile. Qui è anche rischioso, potenzialmente. Tutta l’élite artistica e intellettuale è contro il potere, lo critica. Ma io non sono un artista politico, non ho mai partecipato attivamente o preso posizione. Io cerco di cogliere gli elementi spirituali del mondo che vedo, cerco di trasferire su tela immagini, momenti, atmosfere”.

Quando chiacchieriamo, poco prima di lasciarci, mi dice: “Vorrei vivere qui in modo più continuo, sentendomici del tutto. Vorrei invecchiare a Istanbul…”.

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