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Incontri culturali in Sicilia. Giusi Nicolini, già sindaco di Lampedusa

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(di Simone Perotti)

A Giusi Nicolini, da poche settimane ex sindaco di Lampedusa, ho scritto un messaggio breve sul telefono, e mi ha risposto con una certa gioiosa disponibilità. Ci siamo accordati e ci raggiunge a bordo di Mediterranea, ormeggiata al porto vecchio di Lampedusa. Qualche chiacchiera, il suo stupore di vedere a bordo tante donne, poi iniziamo l’incontro. Le chiedo che cosa è successo a Lampedusa, dopo cinque anni che, da lontano, mi sono sembrati drammatici, accorati, importanti. “Va detto che ero stata eletta col 26% dei voti, assai contrastata dall’isola. Vengo dalla cultura dell’antimafia e dell’ambientalismo militante, e qui il problema dell’isola è semplicemente uno: l’illegalità. Io ho incentrato la mia attività su un progetto di sviluppo sostenibile, ed è quello che ha fregato la mia amministrazione”. Chiara e diretta, un buon inizio. 

Mi spiega che dopo le elezioni del 2012, la sua maggioranza era diventata subito minoranza, perché tra pressioni, intimidazioni, molti consiglieri avevano mollato. “Hanno famiglie, le loro cose da difendere, vanno capiti. Ma il progetto era serio, volevo risolvere la questione energetica dell’isola, ma non si ferma una centrale termoelettrica, altrimenti si spegne tutto, occorre programmare un’alternativa, per questo volevo continuare a fare il sindaco, per finire il lavoro iniziato. Ma me lo hanno impedito”.
L’illegalità è il problema del Mediterraneo, perché genera inquinamento, sfruttamento umano e delle risorse, traffici di droga e di persone, e molto altro. Bastano due o tre famiglie mafiose colpite nei loro interessi dal lavoro sulla legalità che tutto si ferma. Hanno reagito al blocco della cementificazione, ad esempio”. La parola mafioso in bocca a un ex sindaco siciliano fa sempre l’effetto di un masso pesante in uno stagno immobile.
“Dal 2012, quando sono stata eletta, ho anche messo in atto molte azioni per ribaltare il racconto su Lampedusa, che era del tutto sbagliato. Vedi, se Maroni, all’epoca, a fronte di 25.000 tunisini che arrivano, parla di “tsunami umano”, il racconto è stato stravolto. Venticinquemila migranti dell’epoca, niente rispetto ad altri momenti e, in generale, al flusso greco o anche all’insieme dell’attuale flusso verso l’Italia. Perché drammatizzare in quel modo? E perché bloccarli qui, invece di farli defluire, se non per creare una emergenza, crearla, capisci, non c’era, l’hanno creata, magari perché la Lega così poteva vincere, cavalcando questi temi, le seguenti amministrative, o certe leggi da approvare potevano generare consenso”. Un’accusa politica importante.
Le chiedo come sono stati questi anni: “I primi due durissimi. L’annus horribilis fu il 2011 per i migranti, ma anche dopo è stata dura. Vedere i cadaveri, uno solo era troppo, figuriamoci decine. E il tutto mentre venivo aggredita, minacciata, subivo intimidazioni, io e molti che hanno lavorato con me. E senza alcuna solidarietà, o almeno non quella che attendevo. Fino alla visita del Papa, che è uno degli uomini “più avanti” che ci sono nel panorama. Le sue parole sul bisogno di combattere l’indifferenza e l’anestesia del cuore le condivisi fino all’ultima lettera. Un lampo di sole nella burrasca, la sua venuta. Lavorammo come matti, tutto all’ultimo, tutto senza risorse e di corsa. Ne valse la pena, Francesco parlò di necessità di conservare la capacità di ribellarsi. Un balsamo. Ma anche quella visita non venne capita qui. Mi dissero che veniva non per i lampedusani ma per i migranti”. Parole amare, venate di rabbia, che penso di poter comprendere. “La Cancellieri mi ascoltò. E anche dall’estero ho avuto cento segni di ascolto e di sostegno. Un’Europa sensibile, come anche un’Italia sensibile, esiste”.
Ricordo quando la  Nicolini disse che se nessuno le manifestava solidarietà, almeno voleva ricevere telegrammi di condoglianze. Fu una battuta mediatica forte, in cui si capiva molto. La ritrovo nel piglio che Giusi ha ora di fronte a me. Torno sulla questione dell’emergenza e le chiedo se ho capito bene quel che intende: “L’invasione non c’era. I media hanno raccontato solo l’emergenza. Ma c’era molto di più qui”. E i lampedusani, come hanno vissuto questi anni? “Non possono lamentarsi. Oggi hanno un ginecologo H24, prima se lo sognavano. Qui nessuno può urlare all’amministrazione: 'Prima i lampedusani!' come è invece possibile fare in molte parti d’Italia. Gran parte dei luoghi periferici ha meno di quello che hanno loro”. Venature di rancore, tra le sue parole. Comprensibili viste le recenti elezioni, in cui è finita addirittura al terzo posto. 
Io ho costruito con altri una rete dei sindaci di frontiera. Abbiamo comuni interessi, e anche problemi simili. Per me è questo il Mediterraneo unito che cerchi, anche e soprattutto quello delle isole di confine”. Mi racconta dei 90.000 migranti del 2017, di come sarebbero gestibili molto facilmente, di come le migliaia di comuni italiani dovrebbero e potrebbero contribuire. E di come, quando nessuno la stava ad ascoltare, lanciò l’appello all’ospitalità da parte della gente: “Avevo la fila di fronte al Comune, tanta gente che si rendeva disponibile ad ospitare, o gente che metteva a disposizione la seconda casa. Fu un privilegio vedere quella scena. E senti, ti dico questo: sono le persone, non i lampedusani. Se qui vivessero dei bergamaschi avrei visto lo stesso slancio, la stessa solidarietà”. Nessuna lusinga, semmai una visione alta della gente e della società. In un’epoca di politici che volano basso è roba che potrebbe portarla molto lontano, ora che è entrata nella Segreteria nazionale del PD, e forse si candida a una carriera maggiore.
“Voi girate per il Mediterraneo, e fate un bellissimo lavoro. Io ti dico che se potessi abbatterei il concetto di acque territoriali, che servono solo a fare accordi tra stati sullo sfruttamento del mare. Il mare è di tutti quelli che ci stanno dentro, basta assicurare legalità. Il mare non ha sovranità”.
Le chiedo della Sicilia, di come Abraham Yehoshua a Tel-Aviv, qualche settimana fa, ci abbia detto che per lui dovrebbe essere la capitale degli Stati Uniti del Mediterraneo. “Magari! Solo che la Sicilia non la sento. Non è protagonista in queste partite importanti. Non ha ruolo. Dovrebbe avere più coraggio”.
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