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Incontri culturali in Sicilia. Tea Ranno, scrittrice

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(di Simone Perotti)

Incontro a bordo di Mediterranea una scrittrice siciliana, di quelle che sanno scrivere. Non è un’ovvietà dirlo nel suo caso, perché della parola, delle infinite capacità che la scrittura ha di fare da “gancio” tra mondi, lei, Tea Ranno, pare una vestale, una sacerdotessa. Accolgo la scrittrice di Melilli, ormai romana d’adozione, sul molo turistico di Marzamemi. La giornata è caldissima. Tra temperatura, poca abitudine alle barche e rollio nonostante l’ormeggio, mi preoccupo un po’ che Tea si senta a suo agio. Siciliana poco avvezza a barche e caldo, mi accorgo che col pensiero sfioro per un istante questo paradosso. Dolce, garbata, bella, ed entusiasta di questo nostro incontro. Ci siamo letti e incrociati a distanza, già da un po’ di tempo. Un vero piacere che sia qui.

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Incontri culturali a Nablus. Abdullah Kharoub, relazioni esterne del Balata Camp

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(di Simone Perotti)

Dopo giorni di tentativi di incontro a Nablus, mancati anche per nostra impossibilità, incontro via Skype Abdullah Kharoub, che si collega da uno dei quattro campi profughi palestinesi, il più grande, il Balata Camp. È il responsabile delle relazioni pubbliche del campo, a Nablus, in Cisgiordania. Avrà trentacinque anni, faccetta rotonda, simpatica, considerato dove si trova anche disponibile, voce regolare, tono calmo nonostante ciò di cui mi racconta. “Questo campo c’è da decine di anni, ci vivono 30.000 persone, alcuni di quelli arrivati per primi sono morti, nuovi profughi sono nati qui, alcuni sono nati e morti senza mai aver potuto mettere piede fuori da qui, altri rischiano di morire da anziani nella stessa condizione, anche se spero proprio di no…”. Abdullah mi parla da un ufficio, intorno sento un gran rumore, gente che entra ed esce, parla, discute, lui spesso fa cenni con gli occhi, un saluto, oppure risponde al telefono, si scusa con me, o stringe una mano che fa irruzione enorme nel video da cui mi arriva un’atmosfera da prime retrovie del fronte, da emergenza straordinaria, solo che invece è tutto fuorché straordinaria. 

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Incontri culturali a Tel Aviv. David Grossman, scrittore

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 (di Simone Perotti)

Vorrei averne molti di più di elementi mediterranei nella mia vita. Purtroppo qui temo che siamo più mediorientali che mediterranei. Siamo belligeranti, aggressivi…”. Iniziamo con una sorta di confessione sulla mediterraneità la chiacchierata con David Grossman, uno dei maggiori scrittori mondiali, che ha accolto il nostro invito ed è salito su Mediterranea. Nessuno parla dell’essere mediterranei. Quella certa morbidezza, il compromesso, l’umorismo, una certa difficoltà al fanatismo. Eccole le caratteristiche del Mediterraneo. “Capisci perché noi non lo siamo? O almeno lo siamo poco.. Diventi un guerriero così! Sospetto, forza, investimenti di denaro in armamenti e difesa. Qui siamo traumatizzati e subiamo gli effetti collaterali…”. Chiedo a David Grossman se allora un’idea del Mediterraneo unito sia impraticabile, ma a Ventotene, nel ’43, mentre l’Europa era in fiamme, qualcuno sognò. “Bisogna sognare, certo! Sognare è come gettare un’ancora nel futuro, afferrare la catena e tirarsi in avanti. Fino a che fai questo, sei ancora libero. Servono leader coraggiosi, che non collaborino con la paura della gente. Purtroppo qui per essere eletto devi dare cibo a quella paura. Netanyahu è bravissimo a stressare i rischi attuali e unirli ai traumi del passato. Se non schiacci il bottone della paura qui come politico fai poca strada. 

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Incontri culturali a Tel Aviv. Jeff Halper, antropologo e attivista

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(di Simone Perotti)

“Il Sionismo? Un pensiero e un progetto molto importante! Un Paese appartiene ai suoi cittadini…”. Jeff Halper, attivista, voce israeliana dura, radicale, critica verso la politica del suo Paese, ci tiene a farmi capire immediatamente che lui non è un pazzo che vuole distruggere il proprio Paese, ma un ebreo americano venuto a vivere nel SUO Paese, aderendo a un principio e a un’idea che condivide: il Sionismo. Un fenomeno della fine dell’800, sviluppatosi nel secolo scorso, che ha costituito un autentico sogno per milioni di persone senza patria in ogni angolo del mondo. “Però vede, se tornare in una terra natale, costruire una lingua propria e moderna, cercare di organizzarsi in una nazione civile, sono pensieri e principi sacrosanti, occorre anche tener conto che dire ‘Questa terra è nostra’ unilateralmente, senza ascoltare la voce di altra gente, diversa da te, che vive già da sempre in quella terra, è un errore grave. Israele è nato senza riconoscere la Palestina, anzi, tentando di negare quel riconoscimento”. La sua fama di uomo reciso e duramente critico non tarda dunque a manifestarsi.

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Incontri culturali a Tel Aviv. Nitza Szmuk, architetta

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(di Simone Perotti)

“Un tempo questi palazzoni sul mare non c’erano. La brezza di mare sfilava per strade e vicoli, e rinfrescava la città. Oggi tutti vogliono la vista sul mare...”. Ha un tono un po’ triste nel ricordare la Tel Aviv del passato l’architetta Nitza Szmuk, nota professionista, una delle principali artefici della dichiarazione della “Città Bianca” patrimonio dell’UNESCO. Le chiedo se quei palazzi siano anche un ostacolo a “vedere” e “pensare” il Mediterraneo. “La gente passa ore su questa spiaggia bianca e lunga che prende tutta la città. Ma credo che nessuno pensi di trovarsi sul Mediterraneo. Qui siamo tanti e tutti diversi: gente che viene da tradizioni, culture, storie, luoghi, nazioni diversissime, dall’Ungheria, il Marocco, la Polonia, l’Iraq… e ognuno si è portato dietro la sua terra, o il suo mare. È molto difficile, fuori dal tema unificante dell’ebraismo e dello stato di Israele, unirsi intorno a un concetto unico, o a un sentimento comune. Tanta gente convenuta nello stesso posto ha limitato il nostro potenziale pensiero del Mediterraneo, che però dovremmo conoscere, vedere di più, studiare di più”.

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Incontri culturali a Tel Aviv. Manuela Dviri, giornalista e attivista

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(di Simone Perotti)

“Quella di questo paese è una storia difficile. Terra che ha visto mille dominatori, poi confini fragili, dove un popolo che ha vissuto l’olocausto tenta la normalità. Tanti giovani, nuove generazioni che nascono qui, in 69 anni sono le prime, tutto sommato. I “nati qui” e gli “arrivati da fuori” sono due realtà diverse, ma questi ultimi stanno scomparendo. Gente che veniva dal Maghreb, dall’Europa, dalla Russia, e poi dall’est, il Medio Oriente. Mi pare che i giovani, nascendo qui, si stiano mediorientalizzando, stiano diventando generazioni di gente che ha le caratteristiche del posto, dal clima alla cultura stessa della loro terra d’origine”. Parlo oggi con Manuela Dviri, italiana di Padova ma da decenni cittadina Israeliana. Una delle tante guerre di quest’area le ha portato via un figlio più di venti anni fa. “Mio figlio è morto nella striscia tra Libano e Israele, uno spazio inutile, in cui moriva solo gente inutilmente. Ho provato il prezzo della guerra, e ho cercato di fare in modo che almeno quello spazio vuoto tra i due stati, dove si moriva per nulla, venisse eliminato”.

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