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Incontri culturali a Beirut. Kamal Mouzawak, chef

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(di Simone Perotti)

“Cos’è il successo…”. Se lo chiede Kamal Mouzawak, chef di grande tendenza e ispirazione, sorto agli onori della cronaca anche internazionale grazie a una visione del tutto originale del suo lavoro. Iniziamo l’intervista parlando di Slow-Food, di cui è stato membro del board per due anni, l’unico non italiano a farne parte, e poi ne è uscito sbattendo la porta. Gli chiedo perché. “Motivi di potere” mi risponde laconico, senza aggiungere quali. “Vede” aggiunge, “il mio credo non è il guadagno, ma la comunità sociale. Io voglio fare una piccola isola di cose buone”. Kamal cita Eataly, e io mi incuriosisco. Capisco anche male perché il suo inglese è ottimo ma pronunciato in modo molto chiuso, quasi stoppato, e inizialmente perdo qualche parola. “Farinetti ha creato un format molto chiuso e preciso. È bravissimo, lo invidio, ha creato un impero, magari ci riuscissimo noi. Ma quel format è tutto basato sui soldi, il resto sono cose di contorno con poco rilievo, piegate al denaro. A me interessa lo sviluppo sociale”. Interessante approccio per uno che dovrebbe cucinare. In questa epoca se vuoi un filosofo devi andare al ristorante. “Il format di Eataly è super, ma privo di emozione e di orgoglio. Noi siamo dei nani al confronto, ma il nostro modello è tutto basato sulle persone." Fin qui, mi renderò conto più tardi, sto pensando che Kamal viaggi per slogan e poco altro, ma mi sto sbagliando.

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Incontri culturali a Beirut. Jabbour Douaihy, scrittore

 

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(di Simone Perotti)

“Bisognerebbe che ci intendessimo prima su cos’è il Mediterraneo…”. Citiamo tra noi i libri di Fernand Braudel, di David Aboulafia e altri, vagando un po’ con lo sguardo. È sempre così quando si arriva a dover definire il Mediterraneo. È una situazione tipicamente mediterranea, del resto, non avere certezza nella definizione di ciò di cui si sta parlando.

“Io e la mia generazione di scrittori e giornalisti e professori, soprattutto di sinistra, ci siamo dovuti confrontare con un’idea possibile di luogo dove poter vivere insieme, tra diversi. I confini del Libano non aiutano né complicano, stringono solo in un’area specifica la questione, dove cristiani e islamici, nelle varie e diverse declinazioni dei riti (che qui sono ben 18, tra Sunniti, Sciiti, Drusi, Maroniti ..., ndr), tuttavia coesistono, essendo pienamente ciò che sono, senza doversi adattare in nulla di sostanziale. Io vengo dal nord del paese, ad esempio, e vivo qui, sono qui facendo esattamente ciò che volevo fare ed essendolo pienamente, liberamente. Non è facile, naturalmente, questa coesistenza, ma malgré tout siamo qui”.

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Incontri culturali a Beirut. Aline Manoukian, fotografa

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(di Simone Perotti)

Studiavo storia della fotografia, avevo diciassette anni, ero in California…”. Racconta la sua storia Aline Manoukian, fotografa Reuters, testimone della guerra degli anni ’80, personalità di spicco, anche internazionale, del settore del fotogiornalismo. “Tornai a Beirut a 19, perché la mia famiglia non ne voleva sapere che una ragazzina vivesse dall’altra parte del mondo. E mi trovai qui, in una guerra”. Racconta la sua storia professionale con onestà, senza romanzare. “Fotografa per caso, ecco come andò. Un amico della Croce Rossa mi disse se volevo andare con lui, io dissi di sì, e quando scendemmo, dopo una corsa folle con la sirena in mezzo a macerie e strade sbarrate, mi trovai tra cecchini, bombe, feriti, uno scenario incredibile. Feci delle foto. Al rientro un giornalista del Daily Star mi chiese cosa avessi nel rullino. Gli spiegai, gli mostrai le foto. Lui rimase di sasso: “Tu sei entrata nella zona proibita, dove ci sono i combattimenti e nessuno è autorizzato ad entrare!!??”. Avevo fatto uno scoop, senza saperlo”. 

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Incontri culturali a Beirut. Mashrou'Leila, o della musica

 

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(di Simone Perotti)

A vederli sul molo, mentre si avvicinano alla barca, sembrano una tipica boy-band, in salsa mediorientale. Understatement nei vestiti, apparentemente casual, capelli ben curati ma senza alcun particolare vezzo. 

Occhiali scuri per due di loro. Di fronte alla passerella per salire a bordo, due rimangono impietriti. Dovrò aiutarli dando loro la mano, come temessero del proprio equilibrio. E invece, i Mashrou’ Leila, band alternative, pop-rock o indie, a seconda di come vengono definiti o si definiscono loro stessi, di equilibrio ne dimostrano molto, quasi troppo.

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Beirut. Impressioni di viaggio.

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(di Simone Perotti)

Due settimane in una città che ha diviso gli animi e le percezioni dell’equipaggio. Non molto utile elencarle tutte. Diciamo: alcuni neutri, alcuni favorevoli e un contrario. A supporto ci sono giunti i nostri intervistati, che si sono espressi così: “città (popolo) senza speranze”, “patina di convivenza, poi gratti e nessuno ama l’altro." "Coesistono, non coabitano”. “Beirut non è una città di mare”. “Non più connessi con l’identità araba e neppure con una nuova identità”. Chissà…

A Beirut abbiamo girato in lungo e in largo, per quanto essendo così grande è impossibile tracciarne un profilo esaustivo. Qualche bella galleria d’arte, voci di un mondo che a qualcuno è parso muoversi, a dispetto della mancanza di speranze (un esperto di mondo arabo ha tracciato un paragone molto penalizzante con la società tunisina, ad esempio, in piena proiezione futura speranzosa). Certo è che qui la guerra interna ed esterna ha pigiato duro sul tasto della distruzione, e questa è un’attenuante forte. Mura crivellate di colpi di mitra dovunque. Un assetto urbano folle, un traffico e un inquinamento fortissimi. E il mare, assente, capace di una terapia troppo blanda contro le ferite del tempo.

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Mar di Levante - Note di navigazione del Comandante

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(di Simone Perotti)

Queste settimane non le abbiamo raccontate abbastanza, presi dal viaggio, dalla navigazione, e dai luoghi interessanti dove ci troviamo. Siamo salpati da Limassol (Cipro), con rotta su Beirut. Al porto qualcuno ci ha ammoniti: “state attenti… è pericoloso”. Ci siamo chiesti se avevamo sottovalutato qualcosa. Poi, come si deve fare quando si ha una rotta precisa nel cuore, siamo partiti. 

Il premio è arrivato subito: il bordo più bello di Mediterranea dall’inizio del suo viaggio, migliore perfino di quello che avevamo nel cuore tra Creta e Kalymnos, che pure era stato esaltante. 

Tra Limassol e Beirut 130 miglia a vela, traverso pieno, onda di due metri, sui 20 nodi di grecale. Mediterranea ha sfiorato i 10 nodi di velocità, restando sempre sopra gli 8 e per ore sopra i 9. Non uno scricchiolio, un tintinnio, uno sbattimento a bordo. Silenzio. E mare. E vento. E luna piena che ci ha fatto da canale di allineamento all’inizio, per poi sparire nella nostra scia all’alba. A Beirut i militari non si sono fatti attendere. Ci hanno intercettati in mare, dopo aver preso contatto via radio (Oscar Charlie Radio, CH16), ci hanno abbordato, un ufficiale è salito a bordo, ha perquisito sommariamente la barca per vedere se c’erano uomini o armi. Poi ci hanno dato luce verde per l’atterraggio al Saint George Marina, al centro di Beirut.

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