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Incontri culturali in Sicilia. Pietro Bartolo, medico a Lampedusa

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(di Francesca Piro)

“Prima di essere un medico, sono stato un marinaio. E sono stato anche un naufrago, sapete? So cosa significa cadere in mare a 40 miglia dalla costa e poi essere salvato”.  Inizia così il nostro incontro con il dott. Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa, responsabile del Poliambulatorio - ASP di Palermo dell’isola,  colui che ha curato centinaia di migranti arrivati dal mare e che ad altrettanti ha dato la dignità di persona, consentendone il riconoscimento prima della sepoltura. L’uomo che poi tutti abbiamo conosciuto grazie al film documentario "Fuocoammare" di Gianfranco Rosi. “Da 30 anni ci occupiamo del fenomeno dell’immigrazione. Io dico fenomeno, non problema, perché è sempre esistito, da secoli. I popoli migrano, si spostano. Qui, a Lampedusa i primi migranti sono arrivati 30 anni fa ed io mi sono sempre presentato a loro prima di tutto come uomo, e poi come medico. Lo chiedo ai miei collaboratori: il primo approccio deve essere umano, e poi sanitario. Una pacca sulla spalla, un tè caldo, un batti-cinque fanno sentire queste persone - perché sono persone! - accolte, in un luogo sicuro, dove nessuno farà più loro del male. L’incontro deve essere fra uomo e uomo, indipendentemente dal ruolo che rivesti. È gente che ha sofferto, sapete? quella che arriva. Le donne, soprattutto le donne, sono quelle che soffrono di più”.

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Incontri culturali in Sicilia. Giusi Nicolini, già sindaco di Lampedusa

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(di Simone Perotti)

A Giusi Nicolini, da poche settimane ex sindaco di Lampedusa, ho scritto un messaggio breve sul telefono, e mi ha risposto con una certa gioiosa disponibilità. Ci siamo accordati e ci raggiunge a bordo di Mediterranea, ormeggiata al porto vecchio di Lampedusa. Qualche chiacchiera, il suo stupore di vedere a bordo tante donne, poi iniziamo l’incontro. Le chiedo che cosa è successo a Lampedusa, dopo cinque anni che, da lontano, mi sono sembrati drammatici, accorati, importanti. “Va detto che ero stata eletta col 26% dei voti, assai contrastata dall’isola. Vengo dalla cultura dell’antimafia e dell’ambientalismo militante, e qui il problema dell’isola è semplicemente uno: l’illegalità. Io ho incentrato la mia attività su un progetto di sviluppo sostenibile, ed è quello che ha fregato la mia amministrazione”. Chiara e diretta, un buon inizio. 

Incontri culturali a Nablus. Abdullah Kharoub, relazioni esterne del Balata Camp

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(di Simone Perotti)

Dopo giorni di tentativi di incontro a Nablus, mancati anche per nostra impossibilità, incontro via Skype Abdullah Kharoub, che si collega da uno dei quattro campi profughi palestinesi, il più grande, il Balata Camp. È il responsabile delle relazioni pubbliche del campo, a Nablus, in Cisgiordania. Avrà trentacinque anni, faccetta rotonda, simpatica, considerato dove si trova anche disponibile, voce regolare, tono calmo nonostante ciò di cui mi racconta. “Questo campo c’è da decine di anni, ci vivono 30.000 persone, alcuni di quelli arrivati per primi sono morti, nuovi profughi sono nati qui, alcuni sono nati e morti senza mai aver potuto mettere piede fuori da qui, altri rischiano di morire da anziani nella stessa condizione, anche se spero proprio di no…”. Abdullah mi parla da un ufficio, intorno sento un gran rumore, gente che entra ed esce, parla, discute, lui spesso fa cenni con gli occhi, un saluto, oppure risponde al telefono, si scusa con me, o stringe una mano che fa irruzione enorme nel video da cui mi arriva un’atmosfera da prime retrovie del fronte, da emergenza straordinaria, solo che invece è tutto fuorché straordinaria. 

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Incontri culturali a Tel Aviv. David Grossman, scrittore

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 (di Simone Perotti)

Vorrei averne molti di più di elementi mediterranei nella mia vita. Purtroppo qui temo che siamo più mediorientali che mediterranei. Siamo belligeranti, aggressivi…”. Iniziamo con una sorta di confessione sulla mediterraneità la chiacchierata con David Grossman, uno dei maggiori scrittori mondiali, che ha accolto il nostro invito ed è salito su Mediterranea. Nessuno parla dell’essere mediterranei. Quella certa morbidezza, il compromesso, l’umorismo, una certa difficoltà al fanatismo. Eccole le caratteristiche del Mediterraneo. “Capisci perché noi non lo siamo? O almeno lo siamo poco.. Diventi un guerriero così! Sospetto, forza, investimenti di denaro in armamenti e difesa. Qui siamo traumatizzati e subiamo gli effetti collaterali…”. Chiedo a David Grossman se allora un’idea del Mediterraneo unito sia impraticabile, ma a Ventotene, nel ’43, mentre l’Europa era in fiamme, qualcuno sognò. “Bisogna sognare, certo! Sognare è come gettare un’ancora nel futuro, afferrare la catena e tirarsi in avanti. Fino a che fai questo, sei ancora libero. Servono leader coraggiosi, che non collaborino con la paura della gente. Purtroppo qui per essere eletto devi dare cibo a quella paura. Netanyahu è bravissimo a stressare i rischi attuali e unirli ai traumi del passato. Se non schiacci il bottone della paura qui come politico fai poca strada. 

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Incontri culturali a Tel Aviv. Jeff Halper, antropologo e attivista

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(di Simone Perotti)

“Il Sionismo? Un pensiero e un progetto molto importante! Un Paese appartiene ai suoi cittadini…”. Jeff Halper, attivista, voce israeliana dura, radicale, critica verso la politica del suo Paese, ci tiene a farmi capire immediatamente che lui non è un pazzo che vuole distruggere il proprio Paese, ma un ebreo americano venuto a vivere nel SUO Paese, aderendo a un principio e a un’idea che condivide: il Sionismo. Un fenomeno della fine dell’800, sviluppatosi nel secolo scorso, che ha costituito un autentico sogno per milioni di persone senza patria in ogni angolo del mondo. “Però vede, se tornare in una terra natale, costruire una lingua propria e moderna, cercare di organizzarsi in una nazione civile, sono pensieri e principi sacrosanti, occorre anche tener conto che dire ‘Questa terra è nostra’ unilateralmente, senza ascoltare la voce di altra gente, diversa da te, che vive già da sempre in quella terra, è un errore grave. Israele è nato senza riconoscere la Palestina, anzi, tentando di negare quel riconoscimento”. La sua fama di uomo reciso e duramente critico non tarda dunque a manifestarsi.

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Incontri culturali a Tel Aviv. Nitza Szmuk, architetta

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(di Simone Perotti)

“Un tempo questi palazzoni sul mare non c’erano. La brezza di mare sfilava per strade e vicoli, e rinfrescava la città. Oggi tutti vogliono la vista sul mare...”. Ha un tono un po’ triste nel ricordare la Tel Aviv del passato l’architetta Nitza Szmuk, nota professionista, una delle principali artefici della dichiarazione della “Città Bianca” patrimonio dell’UNESCO. Le chiedo se quei palazzi siano anche un ostacolo a “vedere” e “pensare” il Mediterraneo. “La gente passa ore su questa spiaggia bianca e lunga che prende tutta la città. Ma credo che nessuno pensi di trovarsi sul Mediterraneo. Qui siamo tanti e tutti diversi: gente che viene da tradizioni, culture, storie, luoghi, nazioni diversissime, dall’Ungheria, il Marocco, la Polonia, l’Iraq… e ognuno si è portato dietro la sua terra, o il suo mare. È molto difficile, fuori dal tema unificante dell’ebraismo e dello stato di Israele, unirsi intorno a un concetto unico, o a un sentimento comune. Tanta gente convenuta nello stesso posto ha limitato il nostro potenziale pensiero del Mediterraneo, che però dovremmo conoscere, vedere di più, studiare di più”.

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