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Incontri culturali a Tel Aviv. Manuela Dviri, giornalista e attivista

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(di Simone Perotti)

“Quella di questo paese è una storia difficile. Terra che ha visto mille dominatori, poi confini fragili, dove un popolo che ha vissuto l’olocausto tenta la normalità. Tanti giovani, nuove generazioni che nascono qui, in 69 anni sono le prime, tutto sommato. I “nati qui” e gli “arrivati da fuori” sono due realtà diverse, ma questi ultimi stanno scomparendo. Gente che veniva dal Maghreb, dall’Europa, dalla Russia, e poi dall’est, il Medio Oriente. Mi pare che i giovani, nascendo qui, si stiano mediorientalizzando, stiano diventando generazioni di gente che ha le caratteristiche del posto, dal clima alla cultura stessa della loro terra d’origine”. Parlo oggi con Manuela Dviri, italiana di Padova ma da decenni cittadina Israeliana. Una delle tante guerre di quest’area le ha portato via un figlio più di venti anni fa. “Mio figlio è morto nella striscia tra Libano e Israele, uno spazio inutile, in cui moriva solo gente inutilmente. Ho provato il prezzo della guerra, e ho cercato di fare in modo che almeno quello spazio vuoto tra i due stati, dove si moriva per nulla, venisse eliminato”.

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Incontri culturali a Tel Aviv. Abraham Yehoshua, scrittore

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(di Simone Perotti)

“Sai che a fondare il sionismo è stato uno scrittore?”. Abraham Yehoshua mi guarda e fa una pausa impercettibile, ma quando vede che io non faccio alcun gesto di assenso, prosegue sereno. È così il grande scrittore israeliano, probabilmente il più famoso vivente. Semplice, disponibile, curioso. È salito a bordo di Mediterranea con qualche piccolo disagio, ma a oltre 81 anni si muove ancora con una certa circospetta agilità. “Israele deve molto alla letteratura se è vero che i suoi primi ideatori, come concetto stesso di uno stato a cui tornare dalle varie diaspore, erano scrittori. Lo era Theodor Herzl, diciamo una sorta di nostro Garibaldi, giornalista, giurista, scrittore ungherese, che teorizzò che nei territori coloniali mediorientali inglesi nascesse lo stato di Israele. Lo era Vladimir Žabotinskij, scrittore e soldato, grande oratore, padre del concetto di autodifesa degli ebrei. Dunque siamo stati immaginati da scrittori, e questa è una cosa che trovo affascinante e evocativa”. Si diverte a parlare, Yehoshua. “E poi la nostra lingua, che consegue a un’opera di rinnovamento dell’antico ebraico, che stava morendo, ed è diventata lo strumento principale della nascita dello Stato di Israele. Vedi che siamo un popolo molto letterario”.

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Tel Aviv. Impressioni di viaggio

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(di Simone Perotti)

Due settimane a Tel Aviv, altra tappa di Progetto Mediterranea. Dalla partenza dall’Italia, maggio 2014, il nono paese del Mediterraneo che tocchiamo, visitiamo, cerchiamo di comprendere. Appena messo piede a terra, dopo le lunghissime e a momenti tese operazioni di dogana - “barche da Beirut non ne arrivano mai, siamo Paesi in guerra…”- ci dicevano, penso: “siamo arrivati fin qui…”. Il punto più a est della nostra spedizione è stato la Georgia, sul Mar Nero, ma questo - Libano e Israele - è il punto più orientale del Mediterraneo propriamente detto. Il Mar di Levante, appunto. Siamo in Asia, per la terza volta, dopo Batumi e Beirut. Ragionarci, fa percepire le dimensioni e l’orientamento di questa nostra piccola impresaAd Haifa diciotto poliziotti in totale silenzio, di notte, armati, ci hanno atteso preoccupati di veder schizzare fuori dieci Hezbollah armati fino ai denti. Poi, dopo ore, e dopo averci smontato la barca, sono andati via col sorriso. Da Haifa abbiamo navigato fino a Tel Aviv, nell'Herzliya Marina, dove siamo arrivati in una sera ventosa, con un ormeggiatore incapace di darci una mano, e abbiamo faticato non poco a infilare Mediterranea nel suo posto al molo. 

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World Oceans Day - 8 giugno 2017

World Oceans Day

(di Simone Perotti)

Sembra che la plastica, che nel Pacifico si raggruppa in enormi isole galleggianti, nel Mediterraneo scorra. A profondità variabili, seguendo le correnti. Si comporta in modo più nautico, per dirla così, della sorella oceanica, che tende a una natura insulare. Per qualche ragione altrettanto insondabile  - o forse non così difficile da comprendere, a ben pensarci - sembra che il fenomeno delle microplastiche sia assai marcato nel Mediterraneo, più che altrove. Decenni (la plastica è un’invenzione del 1861) in cui abbiamo buttato in mare l’impossibile, rendendo alcune baie che conoscevamo pulite, un tappeto di schifezze. Il mare ha fatto il suo corso, rompendo, spezzettando e poi masticando ininterrottamente quei rifiuti, rendendolo una poltiglia che neppure il suo possente stomaco divoratore di ere e trasformazioni riesce a digerire. Con buona pace di quell’irresponsabile di Donald Trump dovremo passare, come in parte già facciamo, i prossimi decenni a ripulire, senza riuscire neppure a recuperare che parzialmente la situazione.

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Incontri culturali a Beirut. Joumana Haddad, scrittrice e poetessa

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(di Simone Perotti)

“Cos’è per te il pregiudizio?”. Inizio da una domanda che immagino la trovi preparata. Joumana Haddad è una donna esposta, contro il maschilismo della società araba, contro le discriminazioni e forte sostenitrice della laicità dello Stato. Donna forte, vispa, intelligente, e cosa che metto opportunamente per ultima, bellissima, quasi algida nella sua floreale avvenenza. Questa cosa mi colpisce, perché ho appena finito di leggere “Il ritorno di Lilith”, che ho trovato invece di una passionalità travolgente, dionisiaco, orfico, sensuale. La immaginavo diversa, in effetti. Una cosa che mi dà la nausea. Veniamo giudicati spesso per quello che non abbiamo scelto: razza, colore della pelle, appartenenza a una comunità d’origine, sesso. Se parliamo delle donne, compiono un viaggio per nulla confortevole nel mondo arabo. Il pregiudizio va combattuto strenuamente, in ogni sede. Per farlo però bisogna necessariamente riflettere sulla propria identità, il che vuol dire che subire il pregiudizio è anche una circostanza fortunata, perché ci costringe a fare quello che non facciamo mai”. 

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Incontri culturali a Beirut. Lorenzo Trombetta, giornalista

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(di Simone Perotti)

“Intanto devo dirvi che la vostra spedizione mi piace moltissimo. Vi ho incontrati con le solite riserve tipiche del giornalista - 'Ah, eccone altri fissati col dialogo mediterraneo.' - Poi quando ci siamo incontrati all’ambasciata l’altra sera, ci siamo parlati, abbiamo comunicato, e questo mi ha fatto capire che siete gente vera.”. Riporto il complimento perché ne sono orgoglioso, dunque perché nasconderlo. Ma poi con Lorenzo Trombetta, 19 anni in Medio Oriente, 11 a Beirut, entriamo subito nel vivo, anche perché il tempo per questa intervista è risicato, compresso tra i tanti impegni. Semplicità, dialogo vero, comunicazione bilaterale, sono cose preziose, anche qui in Libano. Che da questo punto di vista è un po’ una fregatura. Apparentemente tanta appartenenza, vita notturna sfrenata, donne emancipate, banche attivissime, vita moderna, sembra di stare in Europa. Poi, se alzi il tappeto, le cose sono assai diverse. In amore, nell’amicizia, la finta internazionalità, si rivela tutta la difficoltà ad aderire a quello schema apparente”.

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