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Incontri culturali ad Istanbul: Omer Zulfu Livaneli, scrittore e musicista

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(di Simone Perotti)

Scrittore, musicista, editorialista, regista, politico e… “No, direi scrittore e musicista. Qui tutti ti chiedono di fare di tutto, non so da voi, ma le mie due attività sono queste”. Non sembra per nulla modesto Omer Zulfu Livaneli, ma pienamente consapevole della ricchezza di strumenti di cui dispone, eppure tende a minimizzare. Musiche e film l’hanno portato addirittura a Cannes, e da quando è arrivato sul tavolo sono apparsi tre libri ponderosi, a sua firma.

Ma è stato anche parlamentare turco per una legislatura oltre che editorialista ficcante, e lo è tutt’ora. Come molti che abbiamo intervistato è stato in carcere per reati d’opinione. Qui sembra che se non hai trascorso almeno un annetto nelle patrie galere non sei nessuno. Penso al gran baccano in Italia per la condanna di Alessandro Sallusti (in cui per altro il reato era di diffamazione, il danneggiato era un giudice e non un politico e la galera era il suo splendido appartamento milanese). “Qui è molto frequente, sì. Molti imprigionati per il reato che nessuno ormai punisce più, cioè la libera opinione. Non sa quante vite distrutte per questo… Ma del resto, se si analizzano gli ultimi vent’anni, la politica dell’esercito è stata quella di distruggere la cultura”. Direi un inizio soft. Livaneli parla un inglese perfetto, fluente, e sorride molto, annuisce, è attento, veloce, estremamente rilassato, non pesa alcuna parola, e neppure gliene esce una scomposta, offensiva o troppo ruvida. Non ne ha bisogno, i suoi concetti parlano da soli.

“Rifugiarsi nell’Islam per difendersi o reagire allo strapotere dell’esercito è un grave errore. Così come non fermarsi di fronte a niente con la speculazione edilizia. Lo sa che qui l’80% delle costruzioni sono abusive? Quando l’ho detto a un mio amico giornalista italiano non poteva crederci”. Beh, insomma, non sarà certamente una percentuale così alta, ma se non le avessero condonate venti volte mi sa che almeno un terzo delle nostre case sarebbe abusiva, in Italia. Mi colpisce sempre sapere che i miei connazionali inorridiscono di fronte ai peccati che ci accomunano a molti. Ma naturalmente il dato è straordinario. “Lo stesso Presidente ha dichiarato candidamente di vivere in una casa priva d’autorizzazioni”. Però.

Non sarà che dopo anni di rigore quasi marziale la gente ha visto in un uomo così un segno di libertà? Mi vengono in mente gli italiani evasori che adorano per vent’anni Berlusconi l’evasore (condannato per questo reato in via definitiva). “Capisco quel che intendi. La mymesis c’è stata certamente. La gente vuole libertà, e su questo non ci piove. Ma c’è modo e modo d’ottenerla. Il fatto è un altro, che questo Paese ha avuto il Sultano per 600 anni, dunque adora l’uomo forte, adora avere un pastore e sentirsi gregge da condurre. Atatürk rifiutò di essere chiamato sultano o pasha, lo fece proprio per spezzare una consuetudine che era anche simbolica. Poi però anche senza chiamarli così di sultani ne abbiamo avuto altri. I governi degli anni Settanta, Ottanta e Novanta sono stati i peggiori. Un colpo di Stato dietro l’altro. Un disastro. Il fatto è che ora però siamo passati dalla padella alla bace, e va anche peggio”.

Peggio del periodo dei continui putsch militari? “Beh, il Presidente è un sultano. A Taksim la reazione della polizia è stata brutale, efferata, immotivata. L’anno scorso, non vent’anni fa, ci sono stati 224 giorni di attacchi con i gas. Eppure la presidenza parla sempre di polizia straordinaria, ammirevole, garante di tutto. Insomma… La nostra non è una Nazione, ci sono tre poli che si odiano, un’ala islamica, un’ala secolarista e l’ala curda. La situazione è, potenzialmente, quella di una guerra civile. Anche perché stiamo assistendo a una vera e propria arabizzazione e islamizzazione del Paese”. Arabizzazione? E perché mai? Voi non siete arabi! “Ma tu vaglielo a spiegare. Con Tayyp (Erdogan, ndr) ho parlato, e gliel’ho detto, ma lui ha detto che no, non è così, la Turchia viene da un centro fondante anatolico…” Appunto, che con gli arabi nulla c’entra “Solo che lui dice di sì, che in Anatolia erano arabi i primi turchi. Ma dico, ma l’arabo islamico ha un solo punto fermo nella vita: il pellegrinaggio alla Mecca. Non un sultano è mai andato a fare il pellegrinaggio alla Mecca. Che vuoi che ti dica…” Questa, davvero, non l’avevo ancora sentita.

“Ma vuoi che ti dica cosa penso? Il problema non è questo o quello, e se vogliamo neanche le inesattezze storiche. Il problema è la gente, l’individuo. Sai cosa mi diceva Umberto Eco a cena qualche tempo fa? “Io non temo Berlusconi, ma la gente che lo vota”. Gli ricordo il famoso verso di Gaber: “Io non temo Berlusconi in sé ma Berlusconi in me”. Lui ride di gusto e chiede chi sia Gaber. Gli spiego. “Ma sì, è così. Il fatto è che a Tayyp gliel’ho spiegato: se metti l’Islam nelle questioni politiche non parlare di democrazia. L’Islam vuole sapere cosa fai, ti dice anche quel che devi fare in camera tua, quando sei solo o con tua moglie, per forza, non è un consiglio…”

Livaneli cita spesso Atatürk. “Ma certo, quel che hanno fatto i governi kemalisti dopo di lui, lui non l’avrebbe mai fatto. Tutto continua a ruotare intorno alla sua figura (sulla quale Livaneli ha anche realizzato un film, ndr)”.

Provo ad andare più a fondo. Gli spiego che sono convinto che quando qualcosa occupa uno spazio, questo avviene perché c’era un vuoto. Se uno quel vuoto non lo creasse, il problema non sussisterebbe. Mi chiedo e gli chiedo se proprio nella nostra natura di mediterranei abbiamo scavato quel buco, tralasciando le nostre origini e cercando un nostro originale futuro. Livaneli è del tutto d’accordo. “Io, parlando del Mediterraneo, sono solito parlare di VI Continente, tanto lo considero del tutto preponderante e originale. Occorre però parlare di identità mediterranea”. Gli spiego che proprio domani (25 febbraio 2015, ndr) andremo a Tunisi al World Social Forum per parlarne. “Fate bene, bravi. Qui in Turchia abbiamo il rifiuto delle diverse identità, che invece vanno accolte superando le divisioni religiose”. Come non condividere. Ma come si fa a procedere su questo sentiero?

Con il dialogo internazionale degli intellettuali. Siamo noi, e tanti altri fuori di qui, che dobbiamo fare la parte iniziale. Solo che non ci conosciamo. Hai citato la Tunisia, sai che io non conosco neanche un intellettuale tunisino?” Ecco, Progetto Mediterranea sta tentando di fare proprio questo. “Ma se neanche riusciamo a dialogare qui, dove siamo anatolici, caucasici, mesopotamici, arabi, mediterranei…”. Noi però intanto spargiamo e interriamo semi, che daranno frutto. La cultura altrimenti cos’è? “Concordo. Facciamo una commissione. Io sono anche ambasciatore di buona volontà dell’Unesco, la mettiamo sotto quell’ombrello. Dobbiamo partire dall’elenco dei punti in comune, così possiamo iniziare a descrive, a disegnare, il nuovo Modello Mediterraneo”. Allora, caro Omer Zulfu Livaneli, aspettati una lettera a breve per entrare nella fase operativa.  

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