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Incontri culturali ad Atene: Theodossios Tassios, o della legittima emozione

T.T

 

 

 

(di Simone Perotti)

All’incontro con Theodossios Tassios arrivo impreparato. Quando ho letto il suo curriculum ho capito che sarebbe stato impossibile preparare un dialogo con un uomo che è al tempo stesso ingegnere di formazione, professore emerito dell Politecnico di Atene, membro dell’Accademia delle Scienze di Torino, dottore honoris causa dell’Università di Liegi, Nanjing, Cipro e di quelle di Democritos e Aristotele (Grecia), Presidente dell’Organizzazione Internazionale Scientifica, ma anche (e direi soprattutto) Presidente onorario della Hellenic Society of Philosophy, autore di 400 articoli e oltre 30 libri che spaziano dalla meccanica all’ingegneria, dalla conservazione dei monumenti alla storia, dalla filosofia all’istruzione. E non mi ero sbagliato. 

Theodossios Tassios ha una visione talmente ampia da richiamare l’idea stessa della Paideia, e lui da rappresentare l’intellettuale leonardesco, capace a un tempo di progettare dighe e di porsi il problema della conoscenza. Quando arriviamo, in leggero ritardo, lo troviamo, manco a farlo apposta, seduto al tavolino che disegna, con bel tratto a penna, una torre di segnalazione a fuochi dell’antica Creta. “Sto studiando come ristrutturarne una serie e farne un grande evento di presentazione…” ci dice, quasi scusandosi. E il nostro dialogo inizia immediatamente. Professore, lei ha una visione angolare amplissima: “Sì, ma pago in profondità”. Preferirebbe il contrario? “Proprio no. L’angolo stretto porta dritto ai fascismi, ai totalitarismi. L’ampiezza dell’angolo è la cultura stessa, quando si chiude si va verso un’idea specialistica del sapere, senza orizzonti, dunque di fatto verso l’ignoranza”.

Parlare con un ingegnere partendo da una metafora con la geometria mi sembra del tutto appropriato. “Quando l’individuo viene avviato al sapere, si costruisce la contemporaneità”. Oggi corriamo questo rischio, perché? “E settant’anni fa, non abbiamo corso lo stesso rischio? Nei primi del Novecento non eravamo nella stessa condizione? Non vengono forse da questo le guerre mondiali? Quando l’eco e gli effetti dell’Umanesimo si affievoliscono, ecco che l’angolo si chiude. Le grandi teorie politiche del Novecento sono il risultato dell’allontanamento dalla concezione umanistica, dalla spiritualità dell’umanesimo”. Sento il nostro dialogo frantumarsi ed esplodere, mi chiedo seriamente se non dovrei smettere di fare domande e, semplicemente, ascoltare. Proseguo solo per aiutarlo nell’italiano, che parla molto bene ma che per ansia di precisione lo fa procedere lentamente. “Marx scrisse la sua tesi di dottorato su Democrito, ma evidentemente non ne ha tratto del tutto vantaggio, visto che si è dimenticato dell’importanza delle arti. Markuse fu costretto a intervenire, tempo dopo, sostenendo che l’arte è più rivoluzionaria dell’intera opera di Brecht”. Theodossios Tassios cita autori e testi che provengono da qualunque area del sapere, e lo fa senza il minimo vezzo, solo a supporto delle idee.

Gli domando se all’inizio del Novecento non siano state le insorgenti egemonie tecnologica ed economica a chiudere quell’angolo e ad allontanarci dall’Umanesimo. Mi corregge subito con forza. “Un uomo cattivo con un sasso uccide un altro uomo. Con una pistola ne uccide sei, con una mitragliatrice venti, con una bomba mille, ma la sua cattiveria è sempre la stessa. Non è colpa della tecnica. La tecnica può solo ampliare gli effetti della cattiveria di quell’uomo. La scienza non ha colpe, le colpe sono sempre dell’uomo. E’ una questione che fa capo alla responsabilità, che però costa tanto: tempo, studio, impegno, tempo per far agire la cultura dentro di noi…”. Ha ragione, naturalmente. Provo a chiedergli chi doveva curarsi di tenere largo quell’angolo, di tenerci avvinti alla visione umanistica che abbiamo abbandonato. “Ma l’individuo, naturalmente! Il tempo è suo, doveva capire che il tempo per coltivare le arti era tempo per la cultura della moralità. Serve fare esperienza della cultura morale, non solo studiarla, serve vivere i valori, che non vengono da fuori ma da dentro e mettono alla prova la resistenza dell’uomo, ma generano emozione e entusiasmo”. Ammetto di avere i brividi, cosa che difficilmente una chiacchierata con uno sconosciuto mi genera, per quanto interessante sia. Che il suo ragionamento portasse a due parole così semplici eppure in estinzione come l’entusiasmo e l’emozione, non potevo aspettarmelo.

Professore, perché siamo andati nella direzione sbagliata? “Non so rispondere, è una domanda pertinente ma troppo complessa per me. La gente ha forse preferito faticare meno. La via più semplice, apparentemente, ma la più complessa in termini di esiti. Sacrificio, riposo, impegno, avremmo dovuto investire in quest’altra direzione. Eppure Majakovskij ha fatto poesia sulla tecnologia, ma non l’hanno ascoltato. Neanche in Russia. Serviva introdurre un catalizzatore, come in chimica, qualcosa che velocizzasse il processo. Naturalmente qualcuno ci ha provato. E’ accaduto così con la religione, che tuttavia mira alla trascendenza, che non è interessante. Oppure con la tecnocrazia, la fede del mondo scientifico che si potesse fare a meno di tutto tranne che della scienza e della tecnologia che la applica, ma il risultato è stato il totalitarismo, l’imperialismo  economico, e soprattutto il fascismo. Ma bastava vedere la vita! I problemi che dobbiamo fronteggiare ogni giorno nella nostra vita sono logici? Risolverli non è possibile con il Logos, ma con l’Ethos”. Nella stanza siamo in tre e sento che serpeggia la voglia di scatenare un applauso. Quest’uomo dovrebbe parlare in televisione ogni sera, a reti unificate. E non solo per quello che dice, ma per come si emoziona e si eccita nel dirlo. La sua faccia, vagamente mefistofelica e al tempo stesso buona e serafica, si incendia di espressioni a ogni buon concetto. Le sue pause, in cerca tanto dell’idea quanto della sua traduzione, lasciano sospesi, quasi senza fiato. “Pensiamo alla globalizzazione. Non è mica la prima volta che la vediamo agire. L’ellenismo, poi la cultura latina e quella anglosassone, lo stesso socialismo, che nasce con una vocazione internazionalista, hanno sempre tentato di estendersi, globalizzarsi. La gente è portata per questo. Ma l’Ethos viene da dentro, ed è stato emarginato dalla Scienza. Questa emarginazione ha responsabilità enormi. Magari anche io e lei siamo stati emarginati…”. Sorridiamo. Gli spiego che forse Mediterranea è una spedizione che tenta la sortita, l’uscita da questa condizione di emarginazione. Annuisce compiaciuto, e batte due volte le mani, come per accennare un applauso.

Per riprendere il filo provo a cambiare prospettiva. Gli chiedo se “L’Interpretazione dei sogni” (Sigmund Freud -1900 ndr) e l’intero pensiero della psicoanalisi non abbiano fatto questo errore, pensando di poter studiare scientificamente l’interiorità dell’uomo. “Freud è stato molto utile per capire come curare le nevrosi. Poi ha tentato di spiegare Dio attraverso il complesso di Edipo, e si è perso. Jung ha corretto questa deriva, grazie al cielo! Ma comunque, la direzione forse era anche giusta, solo che i risultati sono stati pochi”.

Cerco di non perdere nulla, scrivo in modo quasi febbrile, ma Theodossios Tassios introduce continui elementi di prospettiva, e non è facile. “L’umanità è in una condizione orrenda, il tracollo climatico, milioni di persone che soffrono la fame, di questo non dobbiamo mai dimenticarci. Noi qui stiamo godendo del lusso di poter speculare sull’umanità cercando idee e pensieri per un’epoca in crisi, ma servono risposte immediate per i problemi gravi che ha il pianeta, altrimenti è tutto inutile”. Annoto anche la parola concretezza accanto alle doti di quest’uomo, elenco già molto lungo. “Sa di cosa è fatto l’uomo? Di tre elementi: materia che proviene dal cosmo, materiale che emerge dal subconscio, e relazioni. Occorre dunque mettersi d’accordo sulla natura della condizione umana. Non siamo solo stomaco, e per di più l’Ego non esiste”. Questa è filosofia teoretica, e io sono ammirato di questo dialogo, che è sempre più profondo. “Durante la dittatura, un professore universitario venne isolato del tutto, anche dai carcerieri, per sei mesi. Quando fu rimesso in libertà era diventato autistico. Stare da solo del tutto lo aveva annientato, il suo Ego non poteva esistere indipendentemente dalle relazioni. L’Ego è una coincidenza delle relazioni, a cominciare dal neonato, che fa esperienza degli oggetti inanimati e poi di quelli animati che hanno impatto sui suoi sentimenti. Abbiamo bisogno di una moralità che viene da dentro, in questo senso, capisce? Qualcosa che non ha niente a che fare con Kant o con i Dieci Comandamenti”. Io sto per abbracciarlo, ma cerco di seguire il filo finché posso. Come facciamo a fare questo professore? “Noi socialisti già sessant’anni fa dicevamo che serviva un programma di quindici anni per una nuova educazione. Il sistema educativo va interamente rifondato, anche nel rapporto tra insegnanti e discenti. Ma non vede? Quando anteponiamo produzione e produttività al tempo della coscienza facciamo un danno enorme. Lo vede nel flagello del consumismo, che è solo e semplicemente un atteggiamento morale con influssi sull’economia. Anche se oggi vedo nelle teorie sulla responsabilità sociale dell’azienda alcuni piccoli elementi di speranza. Quando i consumatori smettono di comprare prodotti che non rispettano l’ambiente e i lavoratori, io spero ancora. Questo approccio può condizionare il capitalismo. Capitalismo che dobbiamo costringere a concepire alcune cose essenziali. Ad esempio che l’Arte è uno dei tre pilastri dell’uomo (insieme a Ethos e Logos, ndr) e non qualcosa di inessenziale come si pensa diffusamente”. Gli chiedo di spiegarmi meglio la relazione dell’arte con la vita pubblica, la vita degli individui e lo Stato. “L’eccesso di Stato nell’Arte è stato fallimentare, era l’atteggiamento delle dittature. La totale estraneità, sul modello nordamericano, lo è stato altrettanto, e ha portato al mercantilismo. Forse la via migliore è quella europea. Certo, i tagli all’Arte nei periodi di crisi la dicono lunga sul ruolo che si attribuisce a questo pilastro dell’uomo, che oltre a Ethos e Logos è anche immaginazione, fantasia, meraviglia, ovvero ambiti della nostra vita che impattano fortemente sul nostro benessere psichico e fisico se limitati o estesi. Però se nel contratto sociale c’è scritto che lo Stato si occupa del benessere dei cittadini e poi non investe nell’arte, qualcosa non va. Ma nessuno fa sciopero quando tolgono la musica dalle scuole. Come mai? Vede che torniamo sempre alle scelte dell’individuo?”. Ma le persone non ci pensano all’arte, sono preoccupate per la crisi professore… “E allora servono interventi strutturali per diffondere arte e cultura, bisogna portare musica e cultura dell’arte per le strade, nelle piazze, perché la gente si abitui a godere e poi chieda, pretenda! Bisogna sostenere le biblioteche pagando loro l’energia elettrica, e perfino favorire l’intervento privato nell’arte, pur con tutte le cautele di libertà e di controllo del caso. Insomma, più soldi alla cultura, altrimenti non ci rimettiamo dritti, non riusciamo a farcela!”. Le ultime parole le dice con una vibrazione, un’energia e una forza straordinarie. Tanto da scusarsi per la sua emozione. Io invece lo ringrazio proprio per questo. E allora lui chiude con una splendida battuta. “Bisogna rilegittimare l’emozione. E non dobbiamo neanche vergognarci della nostra emotività. D’altra parte lo ione di potassio che fa la spola cucendo la percezione tra i neuroni non sa cosa porta con sé, se un’informazione o un’emozione, dunque che colpa ne abbiamo noi se ci emozioniamo?

Nessuna colpa, Theodossios Tassios. Proprio nessuna.

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