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Incontri culturali in Sicilia. Tea Ranno, scrittrice

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(di Simone Perotti)

Incontro a bordo di Mediterranea una scrittrice siciliana, di quelle che sanno scrivere. Non è un’ovvietà dirlo nel suo caso, perché della parola, delle infinite capacità che la scrittura ha di fare da “gancio” tra mondi, lei, Tea Ranno, pare una vestale, una sacerdotessa. Accolgo la scrittrice di Melilli, ormai romana d’adozione, sul molo turistico di Marzamemi. La giornata è caldissima. Tra temperatura, poca abitudine alle barche e rollio nonostante l’ormeggio, mi preoccupo un po’ che Tea si senta a suo agio. Siciliana poco avvezza a barche e caldo, mi accorgo che col pensiero sfioro per un istante questo paradosso. Dolce, garbata, bella, ed entusiasta di questo nostro incontro. Ci siamo letti e incrociati a distanza, già da un po’ di tempo. Un vero piacere che sia qui.

Quando ci sediamo e la telecamera inizia a registrare le chiedo subito delle donne. Due figure memorabili sono le protagoniste di due suoi romanzi molto amati dal suo pubblico: La Sposa Vermiglia e Viola Foscari. Entrambe lottano per la loro libertà, anche se in epoche diverse, di fronte a una morale piùo meno evoluta, ma di fronte alla stessa forza e complessità dell’amore. Le donne sono le osservatrici, le testimoni, depositarie della saggezza famigliare ma anche dell’amore e del suo incontenibile trasporto. Io sono nata e cresciuta in una famiglia di cuntatrici. Zie e nonne con l’arte del racconto. Ma soprattutto sono cresciuta su una nuvola di parole”. Una nuvola di parole… fatta di neologismi - "una tradizione orale non la puoi ingabbiare nelle parole codificate, altrimenti la uccidi” -, di suoni e di ritmi, che lei chiama “tessitura sonora”.

Tea pronuncia alcune parole siciliane, le sviscera, le approfondisce, le circonda. Gioca con intensità con i suoni, ma ancor più con i significati, ricordando chi le ha insegnato quelle parole (donne…), cosa intendesse, che senso hanno. Ricordo mentre parla che durante una mia presentazione di Rais fu lei a chiedermi come avessi “scelto il tono narrativo, lo stile, le parole" che avevo usato. Mi pare di ricordare che, conoscendo ancora poco questa sua religiosa passione per il “verbo”, le avevo risposto senza scendere troppo nel dettaglio, e che di questo mi ero pentito.

“I giovani perdono contatto con la lingua madre” mi spiega, e mi illustra la sua missione di autrice: fare come il cercatore d’oro, che scava e setaccia, per riportare in superficie ciò che ha valore. “La parola salvata diventa credibile. E se è credibile può riuscire a entrare nell’anima del lettore”. Poi il mio cuore sobbalza: “Nel Mediterraneo, nel suo lungo e articolato romanzo, le isole sono le parole”. Per me che sto scrivendo di arcipelaghi mediterranei è un’autentica illuminazione. Non è frequente che qualcuno riesca a colpirmi con un’immagine legata a un concetto, ma Tea Ranno ci riesce.

Le chiedo come mai la scelta del passato per i suoi racconti, sebbene un passato mutevole, sempre diverso. Mi risponde che tutto è legato ai racconti famigliari, alla consuetudine, alla tradizione, e come questo rapporto tra passato e futuro sia dentro le sue storie, saldamente legato al dramma delle sue protagoniste. “Le protagoniste dei miei romanzi sono spesso divise tra ieri - le regole sociali consolidate, che le hanno condotte fin lì, gli equilibri validi da sempre - e il futuro, ciò che potrebbe avvenire se facessero alcune scelte dettate dall’amore.

Le chiedo cosa sia la solitudine, e quanto serpeggi dovunque, mi pare, nell’animo delle sue protagoniste. “Si può essere molto sole anche al centro di un consesso sociale gremito di persone, mariti, madri, figli. La solitudine è una conseguenza dell’incomunicabilità, dunque del non comunicare, del non saperlo fare, ma anche del poter essere compresi, non poter essere in relazione, in sintonia”.

Molto coraggio attraversa le pagine di Tea Ranno. Il coraggio delle scelte. Quelle che portano Viola Foscari a mettere tutto a repentaglio, travolta da una passione ai limiti con l’esecrabile, per un ragazzo che ha l’età di suo figlio. “A Viola manca qualcosa. Quel vuoto dentro, quello spazio rimasto libero, è ciò che le fa correre il rischio. Vuoti da riempire conducono le azioni dell’uomo." Quei vuoti sono sempre un segreto, sono incomunicabili, mi pare di comprendere dalle sue parole, dunque decido di non chiederle nulla a riguardo.

Certo, il mondo dei romanzi di Tea Ranno è fortemente femminile, dunque fortemente complesso, articolato, sfaccettato. Donne che per un brano delle loro esistenze sono simili alle donne del passato, madri, zie, nonne, bisnonne, protagoniste di epoche ormai sbiadite, ma che per un altro sono diverse, ormai cambiate, incerte sulle regole sempre valide della loro cultura e sulle possibilità di infrangere ogni legame, ogni vincolo, alla ricerca della libertà. “Le donne sono costrette dalle convenzioni, e non solo in Sicilia, dovunque. Tra quello che vorrebbero, quello che possono e quello che devono si combatte una battaglia penosa, dolorosa”.

Mi accorgo che stiamo parlando molto del Mediterraneo, anche senza citarlo. Tea è tutta dentro le sue storie, le sue protagoniste, e il suo mondo, il suo mare, è quello. “Sensazione di noi siciliani di essere su un’isola? Poca, la Sicilia è troppo grande per sentirsi isola. E anche sentirsi mediterranei a volte è una sfida”. Mi colpisce molto questa sua espressione. Forse viene dal fatto che Tea dice di sé che viene “dalla collina”, da Melilli, “un posto splendido, ma distrutto dal Polo Petrolchimico”. E qui scopro anche ciò che non potevo intuire di Tea, la sua anima combattente, indignata, che non si piega a considerare normale il degrado. Ma anche questo è molto siciliano, molto civile. “A Melilli si muore, e io non posso non denunciare la devastazione. Il mondo intellettuale è molto autoreferenziale, ma qui basta guardarsi attorno, il Petrolchimico ha portato la morte”. Lei non lo sa, quasi si schermisce del suo sentirsi o essere poco mediterranea. Ma io sorrido. Se immagino un modello mediterraneo futuro vero, profondo, compiuto, non so concepirlo separato da questa consapevolezza, dal rifiuto dello sfruttamento della terra e del mare.

Ed esulto, anche, perché le donne di Tea non compiono il peccato grave, così diffuso, di parlare soltanto di loro stesse, del mondo femminile di cui sappiamo ormai così tanto da renderlo, assai spesso, scontato. “Le mie donne siciliane servono per parlare degli uomini, del mondo. Io racconto storie che capisco perché sono una femmina”. Tea non lo sa quanto è mediterranea. O forse, con un ritegno tutto suo, semplicemente non lo dice.

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