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Noi che andiamo per mare

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Parole di Simone Perotti, dal suo blogVogliamo riportarle qui, sul sito web della spedizione, perché sono state scritte durante il viaggio di Mediterranea, a pochi mesi dalla partenza, nell'ampio spazio della tappa di Atene. Sono parole di un marinaio, di un Rais di Mediterranea. Parole dure e terribili. Vere. Sono, anche, le parole di Mediterranea.

Noi che andiamo per mare, non siamo mai qui. E’ il nostro cruccio, la nostra condanna. Sogniamo di andare, sogniamo di tornare. Sogniamo soprattutto di stare. E’ l’illusione dell’ancoraggio, girovagare per gli angiporti, perdere il tempo in un bar, scoprire un negozio di attrezzi usati, fare la spesa in un mercato straniero, che pure frequentiamo da sempre. Da quell’ormeggio salperemo, tuttavia, sempre tardi per l’ansia, sempre presto per il desiderio di quiete.

Noi che andiamo per mare siamo scalzi, vestiti male, sempre le stesse cose addosso, patiamo l’umidità del vento scirocco, il torbido sibilo del libeccio, e riconosciamo di essere vivi solo col maestrale, o sorpresi nella bonaccia. Uomini bussola, vibriamo magnetici nel riconoscimento nella rotazione del vento.

 

Anche per questo siamo fermi solo quando navighiamo, in movimento solo a vele ammainate.

Noi che andiamo per mare ricordiamo ogni cosa, la riviviamo, ne soffriamo l’assenza, che pure abbiamo generato salpando, e non abbiamo voce avvertibile per scusarci delle nostre partenze. Cosa avremmo dovuto fare, giacché non siamo riusciti a evitare il richiamo del mare? Cosa si sarebbe potuto fare con noi, se fossimo riusciti a resistervi?

Noi che andiamo per mare ci sentiamo più soli quando siamo soli, e più in compagnia quando abbiamo compagnia. Il mare accelera, intensifica, illude. Sala il dolce con l’amaro, edulcora il sapido col silenzio. Il nostro palato è bruciato dalla tequila, le nostre labbra hanno grinze di salmastro e di baci.

Noi che andiamo per mare siamo tra i vivi e i morti, siamo gente da non trovare, eppure siamo una fortuna per chi ci incontra. Siamo maledizioni che benedicono, benedizioni che maledici. Il nostro passo è troppo incerto, ondulato, corto, perché non sia una pena seguirlo. Eppure con che onda piana sarebbero possibili passi più lunghi?

Noi che andiamo per mare sostiamo a lungo, sappiamo diventare cittadini dell’altro mondo, quello non vissuto, quello che poteva essere nostro. Per vivere le vite impossibili perdiamo contatto con quella che avevamo, e non moriamo mai del tutto, ma nessuno, come noi, muore un poco ogni giorno.

Noi che andiamo per mare sappiamo d’aria, mastichiamo miglia, deglutiamo sabbia sul fondo incerto del buon ancoraggio, cui pure non crediamo mai. Le notti di sfiducia le abbiamo trascorse tutte svegli, le abbiamo sudate con gli occhi fissi alle rade luci della baia, e la mattina siamo andati a dormire senza sogni che non fossero tese catene e marre scomparse.

Noi che andiamo per mare sogniamo davvero, ogni giorno, la baia dove ci fermeremo. Crediamo ancora che esista, dipinta dal pennello del tempo su una carta di tela azzurra. Sembra che non navighiamo per rotta certa, con prua regolare, ma solo perché quella baia è nascosta dietro il prossimo capo, invisibile fino a doppiarlo, e il vento soffia contrario.

Noi che andiamo per mare siamo esperti di scalmi e cime, resine e acciaio, timoni e varee, con cui c’industriamo a costruire, rimediare, aggiustare la barca che ci porta, che se non fosse più in grado di muovere per le onde ci lascerebbe disperati, né dove eravamo, né dove dobbiamo andare. La nostra ossessione, tecnica e materiale, muta e urlante, è non poter proseguire, non poter più rientrare.

Noi che andiamo per mare siamo amici profondi, aiutiamo chi troviamo per mare, e non esserci mai ci fa essere sempre. Rispondiamo a chi ci chiama da lontano come vedremmo un gavitello emergente, una boa che appare all’improvviso. Chi si stupisce della nostra consistenza dovrebbe sapere che l’unico modo di esserci è andare, e noi non sappiamo fare che questo.

Noi che andiamo per mare abbiamo tante case, tanti bar, tante trattorie, diciamo salute in tante lingue, beviamo tanti liquori, cuciniamo tante ricette, siamo di tanti sapori, profumiamo di tanti fragranze, alcune piacevoli, alcune insopportabili. Per questo non abbiamo casa, bar, trattoria dove ci conoscano, liquore del nostro paese, ricette di famiglia, e non abbiamo alcun odore, colore, non emettiamo suono che ci identifichi.

Noi che andiamo per mare vorremmo andare ancora per mare, ogni volta che smettiamo di rimpiangere di essere salpati quella prima volta, maledetta malattia dell’andare, per dove, chissà. Non sarebbe stato meglio restare? Non sarebbe stato meglio farsela andare com’era, convincersi che il viaggio era solo una barca della fantasia, con vele immaginarie, rotte solo d’ipotesi e aria? Dove porta questo bordo faticoso e infinito? Non è forse quel porto sepolto, irriconoscibile, indistinto, che solo entrando, circospetti, solo tentando un difficile approdo, riconosciamo essere il luogo da cui tanti anni prima siamo salpati convinti di dover raggiungere qualcosa? Basta guardare sul molo, un po’ bianchi e curvi, i nostri amici di allora. Non si sono mai mossi, non ci riconoscono. Guardano verso l’orizzonte che non hanno mai raggiunto, carichi della pena di chi non è mai partito, identica alla nostra che stiamo tornando.

Atene, settembre 2014

 

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