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Incontri culturali ad Atene: Panayiotis Makris, ambasciatore e presidente di Hellenic Foundation of Culture

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(di Simone Perotti)

“Sono solo un noioso civil servant…” Si presenta così, Panayiotis Makris, diplomatico, ambasciatore, presidente della Hellenic Foundation of Culture. E poi si schermisce “scusate se sono così elegante, ma ho un appuntamento in serata…”. In effetti è sorprendente vedere a bordo di Mediterranea, barca di navigatori spartani ed essenziali,un uomo dal viso levantino e sorridente, occhi veloci e aguzzi, modi da gentiluomo, vestito in blazer blu, pantalone grigio ghiaccio, camicia bianca, cravatta regimental, e Church’s vissute ai piedi. 

Di lui abbiamo saputo da Ersi Sotiropoulos, scrittrice e avventuriera, che ha creato questo appuntamento con poche parole “dovete incontrarlo, è un uomo con una splendida testa”. Sono stati amici nei giorni di Roma, lui giovane diplomatico, lei addetta culturale all’ambasciata. “Una sera Panayiotis fece la pasta solo col sesamo. Non avevamo una lira neppure per comprare il condimento. Giorni pieni di speranza e di vita…”. Lo guardo, dolce nell’espressione e dai gesti nobilmente misurati, e penso a come doveva essere la loro vita nella Roma emozionante degli anni Settanta e Ottanta.

In pochi istanti entriamo subito in un dialogo fitto e intenso, prima in italiano, poi in inglese. Parole usate in modo millimetrico, nessuna voglia di compiacere, semmai di specificare. “Noi greci eravamo la notizia del giorno, fino a qualche tempo fa, sull’orlo del default, dell’abisso. Del resto è comprensibile, siamo falliti nell’opera di modernizzare il Paese, siamo falliti nel processo delle riforme, giunte solo fino a un certo punto. Il lavoro fatto per entrare a tutti i costi in Europa, forse anche ritoccando i conti, come tanti altri Paesi, non è stato seguito dal lavoro necessario per l’adeguamento. Siamo il risultato di quarant’anni di cattiva gestione della cosa pubblica”. Ma ora? Cosa farà la Grecia? “Ce la faremo, ma serve resilienza e determinazione. La mia pensione è stata più che dimezzata, da 4.200 euro a 2.000, ma è giusto, anche perché le pensioni da 700 euro invece sono state lievemente alzate. C’è una giustizia in queste misure di austerità, e la gente questo lo vede, almeno la maggior parte”. Eccoci dunque a bordo di Mediterranea con un convinto europeista. E’ inevitabile che il perno della nostra chiacchierata sia proprio l’Europa. “Non dobbiamo accampare alcuna scusa. La classe politica riflette l’immagine del Paese. E’ inutile dire che i politici sono inadeguati, sono come chi li elegge, talvolta anche meglio”. Annuisco, l’ho sempre pensato e anche scritto pubblicamente con riferimento all’Italia. “Il Paese non era pronto per l’Europa, siamo entrati nell’Euro troppo presto. Ma ora è impensabile fare diversamente. Abbiamo comuni radici europee, e l’Europa deve essere la casa delle cose in comune”. Panayotis Makris fa un volo supersonico sulla storia dell’uomo, a ritroso, e sono sorpreso dalla lucidità del suo pensiero: “La globalizzazione viene dalla cultura tecnologica che ha saputo esprimere l’occidente, e questa è la naturale conseguenza dell’umanesimo rinascimentale, che ha radici nella cultura classica, dunque ci siamo noi all’inizio di questo lungo processo”. Concatenazione velocissima, acuta, che appunto in evidenza sul taccuino. Penso al segno @, forse il logo della cultura tecnologica, che non viene da Silicon Valley, ma dai mercanti veneziani, che usavano il simbolo per scrivere sulle merci a chi fosse destinata la spedizione.

Ma non dovremmo rivedere il processo di formazione europea? Non dovremmo, oltre che flagellarci perché siamo falliti come stati membri, fare autocritica per come è stato scritto e poi gestito il contratto di appartenenza all’Europa? “Lo ammetto, la formazione dell’EU doveva essere un processo più equilibrato. Ma quel che possiamo fare oggi non contempla la messa in discussione del contratto”. Però come Stati del Mediterraneo abbiamo seguito la cultura nordamericana e nordeuropea, invece che contribuire con la nostra. Perché ci siamo fatti colonizzare culturalmente? Come facciamo oggi a recuperare spazio e a contribuire, raddrizzare, reindirizzare? “C’è un solo modo: l’educazione. La scuola e la cultura classica. Il pensiero del Mediterraneo può e deve recuperare il suo ruolo attraverso la scuola. La scuola non è un’ipotesi di lavoro, ma un programma preciso. Nella scuola abbiamo perduto, nella scuola possiamo e dobbiamo recuperare il nostro ruolo”. Ma la cause di questa crisi non possono essere solo a carico della Grecia, o della Spagna. Perché nessuno fa autocritica in Europa e quando qualcosa non va viene messo in mora solo il singolo Paese? “L’autocritica serve, ma non siamo noi a poterla suggerire. La critica la fai se sei davvero intenzionato a cambiare tu per primo, altrimenti non conta. Se stai lavorando a una nuova classe politica, ad esempio, ma non lo stiamo facendo”. Non è un problema culturale? Come facciamo a tornare alla pari, o almeno a recuperare spazio rispetto alla cultura empirista, liberista, economica e finanziaria? “Noi dobbiamo rientrare nelle università partendo dal basso, costruendo giovani alle scuole medie e superiori che siano frutto della rinnovata cultura classica. Del resto l’EU è nata dai Paesi più ricchi, ed era inevitabile l’iniezione del loro pensiero. In quel momento non tutti gli intellettuali hanno fatto e fanno la loro parte. Non tutti propongono soluzioni concrete, semmai invocano cambiamenti radicali, che però sono pericolosi e vanno solo a pascere il pensiero nazionalista, neofascista, separatista”. Ma questo è quello che genera la mancanza di autocritica! E’ proprio quando nessuno mette in discussione se stesso che si lascia spazio a queste frange estreme, conferendogli l’esclusiva della posizione critica! “Ma deve essere un processo. Non possiamo indebolire lo schema strutturale dell’Europa. Con pazienza, attraverso la scuola, dobbiamo migliorarlo dall’interno”. Su questo punto lascio la presa, per tornarci più volte, ma Panayiotis Makris non cede di un millimetro. La pensiamo diversamente, anche se devo ammettere che quel che dice con dolce fermezza si posa dentro di me, mi fa riflettere. Un uomo profondo, che non riferisce pensieri del momento. Si vede che ama la storia, la cultura, che è abituato da sempre a riflettere.

“Non potremo mai avere una società Mediterranea senza il Nord Africa e il Medio Oriente. Solo che quei Paesi hanno avuto una storia rivoluzionaria, su posizioni filosocialiste, conseguenza dell’imperialismo coloniale prima e della Guerra Fredda poi. Questa diversa direzione del nostro comune e recente passato politico genera distanza oggi, e ci vorrà molto tempo prima che questo venga minimizzato. Certo è che senza Nord Africa non possiamo parlare di Mediterraneo unito. E a ben vedere, anche tra Paesi europei, Grecia e Italia sono molto più vicine tra loro che non la Spagna. Ma questi sono discorsi oziosi. Io torno sempre al punto: serve gente capace di interpretare le sfumature, e questa gente la devi costruire a scuola, con lo strumento della cultura classica. Ecco dove si compiono i processi”. Ha ragione, certamente, anche se la sua difesa ad oltranza di uno schema europeo nato storto, tutto sull’economia, tutto sui bilanci, è una contraddizione proprio con quel pensiero classico che Panayiotis Makris invoca.

In un lampo fa capolino il diplomatico, l’uomo di politica estera. La sua strategia è che “verso i Paesi del Mediterraneo in difficoltà dobbiamo esprimere vicinanza e solidarietà. Non dobbiamo lasciarli soli, preda dei fondamentalismi. La loro componente europea deve essere alimentata, tenuta viva, perché non venga inghiottita da quella terzomonidsta e retrograda che pure le vive accanto”. Parliamo dei migranti (“punto cruciale”) dei neofascismi (“la gran parte di quella gente sono ex-estremisti di sinistra e chi li vota sono la ex-classe operaia”) del muro che la cultura può fare verso le peggiori derive del sistema (“la prima difesa dagli estremismi è su base estetica”) del rischio di guerra civile in Grecia (“lo escludo. C’è il rischio terrorismo, in tutta Europa, ma non quello della guerra civile”) e del nostro viaggio (“le utopie sono utili. Quello che fate ha un’immensa importanza. Abbiamo radici comuni di immenso valore, che vanno ricucite”).

Poi, col sole ormai morente, ci salutiamo. Il suo sorriso sembra grato per questa ora e mezza di chiacchierata. Spero di rivedere quest’uomo. Mi piacerebbe poter commentare con lui ogni notizia, ogni giorno. Ma i tempi della partenza di Mediterranea verso oriente, ormai, si avvicinano.

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