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Incontri culturali ad Atene: Nikos G. Moschonas, storico

Moschonas

 

 Gli incontri cercati, ma non semplici da realizzare, perché Mediterranea è ad Atene e la persona che vogliamo incontrare si trova all'estero, fuori della Grecia. Il prof. Nikos G. Moschonas, direttore emerito dell'Istituto di Ricerche Bizantine della Fondazione Nazionale Greca per la Ricerca, risponde via mail alle domande di Simone Perotti. Ecco la trascrizione:

Perotti: Lei parla di Grecia antica come filtro, interfaccia capace di raccogliere i raggi dell’oriente e illuminare l’occidente. Una bellissima immagine. Oggi dovremmo forse avere Paesi, culture, in grado di prendere i raggi del sud e illuminare il nord. O viceversa, a seconda di come la si veda. Pensa che sia possibile? Che sia necessario? E chi può candidarsi a questo ruolo?

Moschonas: Lo studio del passato storico ci ha mostrato che tutti i popoli non hanno camminato contemporaneamente e con passi uguali verso la civiltà. Per altri l’evoluzione è stata precoce e ha avuto un processo più rapido; altri invece hanno ritardato nel prendere questa via e sono rimasti a lungo in fasi arretrate, finché non avessero avuto un contatto – pacifico o violento – con altri popoli più progrediti. L’ambiente, le condizioni geomorfologiche e climatiche, sono state i fattori capitali del processo evolutivo. Sin da tempi remotissimi il Mediterraneo – partendo proprio dal suo bacino orientale – è stato indiscutibilmente la culla di molte e grandi civiltà, e le loro conquiste sono state tramandate ad altri popoli che sono entrati nell’orbita culturale di esse. Oggi, il mondo vive il processo della globalizzazione anche culturale. Questo significa che tutto quello che si produce, tutto quello che si crea in qualsiasi punto dell’universo, ogni prodotto naturale, tecnologico, culturale o spirituale, ogni conquista in qualsiasi campo della scienza, può e deve essere bene comune di tutti i popoli. E tutti i popoli hanno diritto di usufruire di quello, essendo partecipi al progresso comune. Nello stesso tempo ogni popolo ha diritto di difendere la propria cultura, ben mantenendo tutti quegli elementi che non risultano contrari al benessere, alla pace e al progresso dell’umanità. Noi, che come popoli mediterranei abbiamo l’esperienza della più lunga e copiosa della Storia, possiamo (forse dobbiamo) irradiare anche verso nord lo spirito di fratellanza, di solidarietà e di pace, mettendo da parte le diversità culturali e di mentalità e calmando le avversioni disastrose.

PCosa pensa del concetto di Cittadinanza Mediterranea che sta alla base del nostro progetto? Definirci, come noi facciamo, “cittadini del Mediterraneo di cultura italiana”, o greca, o araba, trova che sia significativo? Può esistere, oggi, o in un lontano futuro anche, una vera, condivisa, riconoscibile cittadinanza del Mediterraneo?

M: Un'eventuale cittadinanza mediterranea potrebbe effettivamente togliere le difficoltà attualmente esistenti, le quali provengono dall’appartenere a nazioni e culture diverse. Ma prima che si parli di una “cittadinanza mediterranea” credo che sia necessario pensare alla “costruzione” di una “coscienza mediterranea”. Viviamo attorno ad un mare che ha nutrito tanti popoli di diversa origine; popoli che appartengono alle tre tra le cinque razze umane e credono alle tre più grandi religioni. Questi popoli nel corso dei secoli hanno vissuto comunemente scambiando idee e culture, ma hanno pure vissuto momenti tragici. La coscienza di appartenere ad una comunità mediterranea nella quale, malgrado le differenze esistenti o meglio grazie a tali differenze, ognuno contribuisce alla formazione di una cultura mediterranea polivalente sarebbe la condizione basilare di una vera cittadinanza mediterranea nel futuro.

P: Appare sempre più evidente, soprattutto osservando i comportamenti di alcune istituzioni finanziarie e politiche, che nel Mediterraneo ci sia un profondo e frequente scollamento tra i concetti di giustizia e di legalità. Molto spesso, osservando le imposizioni e i vincoli posti ad alcuni paesi dall’Europa, sembra che per perseguire la giustizia occorra muoversi in territori non sempre interni al concetto di legalità? Cosa pensa di questo? E’ pericoloso spingersi su questo sentiero dell’interpretazione?

M: Credo che non si possa discutere questo problema uniformamente per tutto il Mediterraneo. Del resto, non mi sembra che tali scollamenti non si verifichino anche negli altri Paesi europei, non bagnati dal nostro mare.

P: Chi muore oggi nel Mar Mediterraneo sembra uno straniero che voglia entrare in Europa, mentre spesso è un nostro concittadino che si muove all’interno del comune bacino del Mediterraneo. Io credo che la Storia futura ci imputerà un profondo e crudele lassismo nella gestione della piaga dell’immigrazione. Qualcosa di simile a quel che fu imputato ai cittadini tedeschi nel dopoguerra, e cioè che non fecero niente per evitare gli stermini, che non potevano non sapere. Cosa pensa delle nostre responsabilità verso l’olocausto delle migrazioni?

M: All’inizio, sì, erano nostri “concittadini” mediterranei quelli che volevano emigrare nei Paesi europei costretti dalla necessità di sopravvivere; mi riferisco ai popoli balcanici e nordafricani, ai quali si sono di seguito aggiunti i profughi provenienti dal Medio Oriente e ultimamente quelli della recente e odierna tragedia siriana. Inoltre, ci sono le ondate continue di emigranti da paesi africani e asiatici che vivono nella miseria e soffrono la crudeltà di governi totalitari o si trovano in continuo stato di guerra (Giuseppe Catozzella, nel suo ultimo romanzo “Non dirmi che hai paura”, Feltrinelli 2014, descrive la tragica fuga verso la libertà della giovane atleta somalese Samia Yusuf Omar. L'aspettava la morte nelle acque di Lampedusa). Sì, il mondo occidentale ha la sua responsabilità in quanto rimane indifferente o addirittura appoggia governi totalitari, vende armi e nutre guerre civili, oppure distrugge Paesi con le proprie armi esportando guerre in nome della civiltà. E sono pure responsabili altri Paesi mediterranei che facilitano, con la loro tolleranza e indifferenza il commercio sporco delle speranze degli emigranti. I Paesi del sud europeo offrono loro assistenza, ma non riescono ad assorbire i milioni degli immigranti, mentre i Paesi del nord prendono delle misure contro l’immigrazione. Notiamo pure che non pochi dei nostri concittadini sono responsabili dello sfruttamento, a volte inumano, degli immigranti. La Storia dovrà giudicare seriamente tutto questo. Ma il problema si deve risolvere prima che venga il momento della Storia.

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