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Incontri culturali ad Atene: Fabrizio Manili, scrittore dall'isola

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 (di Simone Perotti)

E poi ci sono le isole. Migliaia di isole greche su cui la crisi ha morso poco, a volte per nulla. Vuoi per il turismo, l’oro color carne, vuoi perché nelle isole la mentalità, la storia della gente, è diversa. Ne parlo con Fabrizio Manili, italiano, che scrive storie per l’infanzia on demand (i nuovi lavori e le nuove prospettive dell’era digitale) ma anche altro, come il suo “Leros con l’apostrofo – racconti dell’isola”, raccolta di storie collegate alla sua frequentazione della bella isola dell’Egeo orientale.

“Un’isola strana, due volte lager della dittatura, sede del più grande manicomio greco, ma anche isola scalo di velisti e appassionati di mare, che l’hanno sempre amata grazie alla sua natura poco turistica e ai suoi mille anfratti per proteggersi dal vento”. Su Leros pare ci sia una piccola comunità di italiani, molti velisti, qualcuno che quando è arrivato ha perfino venduto la barca, altri che, come Fabrizio, fanno su e giù dall’Italia. “Ho sposato una greca, poi un giorno è venuto fuori che aveva una casa di famiglia sull’isola, e da allora sono trent’anni che facciamo su e giù con Roma, impossibile allontanarsi da un’isola greca come quella”.

I rapporti tra gli italiani e l’isola sono buoni, a tratti dialettici. L’associazione che li raggruppa originariamente si chiamava “Amici di Leros” ora “Associazione italo-ellenica di Leros”. E' numerosa, supera i 200 membri attivi, non solo italiani o greci ma anche francesi e inglesi. Si tengono corsi di italiano, coordinati dal comitato della Società Dante Alighieri di Atene (La Dante), ma anche lezioni di neogreco per gli stranieri e attività culturali. 

Chiedo a Fabrizio il perché vero del minor impatto della crisi sull’arcipelago. “Su Leros, come altrove, l’ubriacatura del violento sviluppo economico post Giunta militare non c’è stata. Se non ti ubriachi prima, devi smaltire meno dopo. Ecco perché non si può ora parlare di decrescita”. Interessante, spiegami meglio. “Qui il tempo ha sempre governato le giornate e le stagioni. Il tempo lento delle isole, quello scandito dai traghetti, che a volte ritardano, che a volte non arrivano, e che nel frattempo devi per forza attendere. Oppure il tempo delle ore morte del giorno, quelle centrali, quando il caldo impedisce qualunque attività. Le parole d’ordine dell’isola sono “metà” (dopo) e “avrio” (domani), capisci che con un approccio così nessuno si è mai fatto venire la fregola della velocità. Io stesso, quando atterro ad Atene, non prendo l’aereo per Leros, prendo la nave. Devo potermi avvicinare lentamente, entrare nell’ordine mentale dell’isola, gradualmente. Devo avere il tempo necessario per disintossicarmi da una certa idea di tempo… Ma non basta”.

Fabrizio Manili mi parla di un aspetto interessante delle isole, luogo cardine, simbolico perfino, del Mediterraneo. L’assenza, o almeno la temporanea mancanza. “Ho costruito una meridiana con una vecchia persiana. Al posto delle ore ho messo le pause. Il tempo è scandito dalle pause tra gli impegni, non dagli impegni tra le pause. E anche dalla mancanza. Sulle isole manca sempre qualcosa, che forse arriverà da Atene via traghetto, o forse no. Nel frattempo bisogna arrangiarsi, riusare una persiana, tenere qualunque cosa invece di buttarla, cambiare d’uso agli oggetti, che possono servire ad altro anche quando diventano obsoleti. Il Mediterraneo delle isole è riuso, riciclo, inventiva, manualità, artigianato, fantasia per trovare soluzioni, adattare pezzi, fare a meno di quello che non c’è. Capisci cosa voglio dire, no?! Quello che adesso per molti è una tragica necessità per fronteggiare la crisi, qui è sempre stato la normalità. Le isole del Mediterraneo sono il luogo ontologicamente e antropologicamente più adatto a fronteggiare le crisi, perché ci sono sempre vissute in crisi, dunque per i loro abitanti cambia poco”.

L’isola come cultura permanente della crisi, molto interessante. “I vecchi raccontano che era così anche ad Alessandria, o a Istanbul, prima delle diaspore. I greci sono gente che ha sempre dovuto trovare soluzioni non convenzionali”.

Forse sono anche gente che ha un livello basso di bisogni, e che dunque non si mai fatta prendere in giro dalle mode? “In parte è vero. Diciamo che l’ubriacatura generale, l’illusione anni ’80 e seguenti di una Grecia ricca che può fare qualsiasi cosa grazie all’Europa, dunque la follia della crescita, sono durate poco. Non c’è stato abbastanza tempo per spazzare via la cultura precedente, millenaria, quella di una Grecia sobria, di piccoli movimenti, piccole aspettative, gioie quotidiane a buon mercato, culto del tempo, culto del mare e del sole, della vita minima. Le linee di conduzione della vita dei greci sono sempre state il tempo, il caldo, il mare. Quando è arrivata la crisi c’era troppa memoria di questo, ancora viva e presente. Ognuno aveva un padre, un nonno, che poteva farne memoria. Quando una cultura viene in soccorso di quella egemone, che va in crisi, un popolo non resta solo, non cade del vuoto”.

Nessun uomo è un’isola, si suole dire. Però forse le isole sono piene di uomini. E di saggezza. Appunto mentale per il viaggio di Mediterranea: quando saremo sulle decine, centinaia di isole dove andremo, dobbiamo cercarne il pensiero, l’equilibrio, la speranza.

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