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Iannis Lukas, medico psichiatra dell'ospedale psichiatrico di Leros

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(di Simone Perotti)

“Io mi occupo dei cosiddetti matti, voi siete appassionati di Mediterraneo, dunque ci occupiamo entrambi di diversità”. Inizia con questa bella analogia il dialogo con Iannis Lukas, direttore dell’ospedale psichiatrico di Leros, un luogo con una storia lunga, triste, tragica, poi diventato tutt’altro.

“Quest’isola ha avuto sempre esperienze di emarginazione. A cominciare dagli italiani, comandati a stare qui, emarginati dalle loro famiglie e dal loro Paese. Queste costruzioni, le ex caserme, le case, ospitavano la loro emarginazione. Poi, nel dopoguerra, la Regina Federica diede ordine di condurre qui gli orfani della guerra civile, cioè i figli dei confinati, degli esiliati per motivi politici. Un confino anche per loro, del tutto innocenti. Venivano, diciamo, rieducati. Un lavaggio del cervello sulla patria, sull’onore, sull’osservanza della gerarchia. Vedete le scritte sui muri?

Passeggiamo con Iannis nelle splendide e tuttavia tetre strutture lasciate dagli italiani. Caserme degli ufficiali, centri di comando, posizionati sul lato sud-orientale della baia di Lakki, già base militare della Regia Marina Italiana fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Le scritte sui muri, ben dipinte, perfino graziose, sono le vestigia della coercizione mentale, culturale, psicologica cui quei poveri orfani vennero sottoposti. “Poi negli anni ’50 divenne un manicomio, come si chiamava all’epoca. Un luogo dove recludere i diversi, i disadattati, i bisognosi, i malati, che nella società non trovavano posto. L’unica terapia, all’epoca, era la reclusione. Una colonia psichiatrica sovraffollata, in cui i detenuti, i deportati, perché di questo si trattava, erano abbandonati a loro stessi, senza alcuna terapia, senza alcuna assistenza. Addirittura, molti di loro sono scomparsi. O almeno, non se ne trovava più traccia perché arrivando perdevano i numeri sul petto e dunque non si sapeva più come si chiamassero. Una tragedia nella tragedia, perché non avevano più neppure un nome. Non esiste più, un uomo che non ha un nome…”.

Iannis Lukas ha un volto irresistibile. Due occhi pieni di tristezza, di scoramento, di fatica, eppure una gran voglia di raccontare, una motivazione alla missione che svolge da una vita, dunque una residua speranza, inossidabile, invincibile. E’ un uomo in qualche modo paradossale, per questo.

“Sapete che molti che sono stati internati qui non erano neppure matti? Li deportavano con ‘criteri sociali’, così li chiamavano. Non chiedetemi quali fossero. Bastava forse essere diversi, emarginati, o anche solo non omologati per rischiare”.

Iannis mi racconta che la grande crisi economica, la fame, la povertà in cui versava l’isola, trovarono nell’ospedale psichiatrico una salvezza. Contadini, braccianti, pescatori finirono col lavorare all’ospedale, traendo dalla sua presenza sull’isola la fonte per il sostentamento di un’intera comunità. Qui erano internate migliaia di persone, del resto, era un istituto enorme.

“Oltre agli orfani degli esuli, agli emarginati sociali, oltre ai malati mentali veri e propri, in questo manicomio venne portato un quarto gruppo di persone, tra ’68 e ’74: i dissidenti politici sotto la dittatura dei colonnelli. Altri innocenti, patrioti, resistenti, internati in quello che ormai era diventato un vero e proprio lager.

Quando arrivammo, nell’ ’81, e scoprimmo tutto, noi eravamo solo un gruppo di giovani, alcuni appena laureati. Nell’aria c’erano ancora gli slogan, le speranze, le illusioni degli anni settanta, di cui eravamo tutti intrisi. Anche per questo rimanemmo così impressionati, quando scoprimmo l’inferno. Non quello che si può chiamare inferno per dire, proprio un girone dell’inferno. Vi dico solo che in questa palazzina più piccola erano internati in tantissimi, nudi, senza assistenza, senza niente, e c’era una fossa nel retro, venite a vedere, eccola, dove li raggruppavano e li lavavano con il tubo dell’acqua a pressione. La prima cosa che facemmo fu chiuderla con un’enorme colata di cemento, perché non potesse essere usata mai più”. Iannis ha la voce bassa, mesta, quando ricorda che non sapevano cosa fare di fronte a quella scena orrenda, e si limitavano a tirare fuori dalla fossa i pochi che ancora mantenevano la lucidità di tendere le mani, di invocare di essere salvati. “Molti non riuscivano neppure a fare quello. Erano inerti”.

Inizia così il lungo lavoro di denuncia, a tutti i livelli: pubblica sicurezza, magistratura, Parlamento. Poi, dato che nulla o poco si muoveva, decisero di tornare a Leros e mettersi a lavorare, senza aspettare oltre. Vennero qui italiani, greci, olandesi, tedeschi, con visioni differenti. “Noi eravamo basagliani, io avevo ascoltato Basaglia a Trieste, le sue idee rivoluzionarie, la sua meravigliosa ispirazione. Frasi come ‘La libertà è terapeutica’ erano il nostro faro. Tedeschi e olandesi avevano una visione metodologica più rigida, ma prevalse la nostra linea. In quel momento anche la stampa raccolse il nostro richiamo, venne la BBC, vennero altri media, denunciarono tutto alla grande attenzione internazionale. Si scoperchiò il vaso di Pandora. E tutto partì”.

Iannis e gli altri (fino a trecento addetti, esperti, professionisti della psichiatria) aprirono il lager. “Mi ricordo quel giorno, millecinquecento persone, nude, malvestite, che uscivano dal palazzo principale, si spargevano per questo grande campo come zombie. Millecinquecento solitudini che vagavano”. Vennero occupati quasi trenta appartamenti per far vivere i pazienti (finalmente erano diventati pazienti, non più matti, non più reclusi) in modo dignitoso, seguiti, curati, assistiti. La popolazione di Leros era preoccupata, aveva paura. Ma quasi tutti avevano lavorato nel manicomio. Quando ci andavano a parlare, sedendosi al bar, scoprivano spesso che il paziente che volevamo inserire in quel quartiere lo conoscevano, lo chiamavano per nome. Non era più un essere misterioso e pericoloso, era un essere umano, perfino conosciuto. Tutto cambiò, la gente si abituò, ogni ostacolo venne affrontato.

“Pensate che facemmo compilare ai turisti un questionario spiegandogli che i pazienti vicini al loro albergo erano in un programma di rieducazione. I turisti furono entusiasti, e anche le ultime preoccupazioni dei residenti crollarono. Oggi abbiamo perfino fondato una cooperativa sociale, lavorano, producono. I tagli per la crisi ci preoccupano, ma andiamo avanti, non siamo rassegnati. Io ho avuto molti momenti di crisi, volevo andare via. Ma poi sono rimasto. Avevo in testa le immagini di quegli occhi disperati, di quella gente senza dignità. Lo dovevo a loro, dovevo andare avanti. E’ una vita ormai che sono qui.”

L’esperienza psichiatrica di Iannis e dei suoi colleghi è unica al mondo. E naturalmente i baroni della psichiatria non la riconoscono. Non possono farlo, perché altrimenti dovrebbero ammettere e poi fare molte cose, molte cose assai più faticose e sfidanti. “Quello che abbiamo fatto qui, lo abbiamo fatto senza di loro, nonostante loro, mai grazie a loro. Per questo non ci riconoscono”.

Oggi anche in tutta la Grecia, molti pazienti sono stati reinseriti nelle loro comunità. Questi appartamenti sono sparsi in molte località, da Ioannina alla Macedonia, dal Peloponneso alle isole. Una grande vittoria, un progetto quasi utopistico, che tuttavia è stato realizzato. “Perché un giorno, dopo le denunce che non portavano a niente, siamo partiti, siamo venuti qui, e ci siamo messi a lavorare. La pratica, l’impegno, l’esempio…insegnano”.

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