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Incontri culturali ad Istanbul: Giuseppe Mancini, giornalista e storico

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 (di Simone Perotti)

Ecco un incontro che attendo da un po’. Giuseppe Mancini, storico e giornalista, trasferitosi qui a Istanbul da anni con la sua compagna turca. Lo attendo perché dai primi contatti sappiamo che Giuseppe la pensa in modo radicalmente diverso da tanti che ci raccontano i problemi di libertà, sui diritti umani, di islamizzazione del Paese. Sono felice di incontrarlo, perché voglio sentire la campana opposta, sapere quali sono gli argomenti e i ragionamenti.

E ancor più quando ci sediamo al Babel Café, nel quartiere degli artisti dove viviamo, e dove si respira un’aria di dialogo e di cultura, perché Mancini ha una faccia seria e sveglia, si esprime molto bene, si vede che studia e approfondisce. Insomma, non sembra affatto un estremista o un invasato, semmai uno che ha una grande urgenza di dire la sua, cosa che non posso che assecondare.

Gli chiedo subito se sia vero che si sta per varare un pacchetto di norme che limita la libertà di manifestazione, dà poteri speciali alla polizia, etc. “Serve regolamentare la protesta, che ad ottobre scorso ha visto cinquanta morti nel sud est del Paese. I curdi si sono segnati i loro oppositori casa per casa e li hanno aggrediti. Una cosa orribile. Serve un freno a tutto questo.”. Mi pare che il motivo per queste norme restrittive sia anche quello di limitare le proteste antigovernative, ma lo lascio andare avanti. “Chi si lamenta di Erdogan dimentica che è con lui che sono stati fatti i maggiori passi avanti verso la liberalizzazione del Paese, dal culto alle minoranze. E’ lui che ha avviato i dialoghi con Öcalan, che porteranno presto a una dichiarazione di cessate le ostilità e dunque risolverà un’annosa, antica questione che opprime la minoranza curda. Un fatto epocale, che fino a qualche anno fa era impensabile. Si tratta anche certo di una ricerca di allargamento del consenso, però il processo di risoluzione della vertenza curda è un fatto, che non si può negare. Ma lo stesso vale per un timido, ma pur sempre significativo, inizio del dialogo sulla questione Armena e su molte altre manifestazioni di tolleranza religiosa. Va ricordato che anche nell’AKP non tutti sono d’accordo sulla questione curda, dunque Erdogan paga un prezzo politico ad occuparsene, è coraggioso dunque. Si tratta di una guerra che viene combattuta dall’84 e che ha fatto 50.000 morti, dunque non è una questione secondaria, tutt’altro”.

Gli chiedo conto del termine “democratura” coniato per definire l’attuale governo turco mescolando i termini democrazia e dittatura. “Se parliamo dell’uomo, non si può non ammettere che abbia un carattere difficile. E’ scontroso e duro, non ama le critiche, insomma, ha un caratteraccio. Ma se parliamo di autoritarismo, allora le cose sono davvero diverse. Prima di lui il Paese era in mano alla burocrazia kemalista, ai militari che ogni pochi anni facevano un colpo di stato. Nessuno vuole nascondere che qui ci sia un sistema democratico imperfetto, ma la costituzione è da sempre una carta in cui il principio ispiratore pare essere quello che lo Stato deve difendersi dai cittadini, no alle minoranze, no al multilinguismo, no agli islamici, e via così. Pensiamo per esempio alle proprietà requisite alle minoranze, solo da pochi anni è iniziato il processo di restituzione. E’ un passo avanti. Poi, certo, resta una libertà di culto solo limitata, ad esempio per gli Aleviti non c’è totale libertà di culto, oppure la polizia, che è tradizionalmente violenta…”. 

Ecco, la polizia. Ma se è tradizionalmente violenta, vale la pena varare un pacchetto che aumenta la sua autonomia, che consente l’arresto senza motivo, che favorisce condizioni d’ingaggio bassissime, e anche la possibilità di sparare a chi ha in mano una bottiglia che potrebbe essere una molotov? Su questo Mancini annaspa un po’, ma non nega che ci siano contraddizioni in molti ambiti dell’analisi politica. “In ogni caso, l’attuale primo ministro (Davutoglu, ndr), che è l’ideologo della politica estera turca, ha l’obiettivo, che è quello di Erdogan, di trasformare questo paese in una media potenza”. Lo interrompo perché voglio restare in basso, all’altezza della gente, gli chiedo delle restrizioni simboliche, quelle sui baci, sulla convivenza prima del matrimonio… “Non è vero. Non c’è alcuna legge sui baci. Si è trattato di un episodio specifico, una protesta di qualcuno sul metrò, che è stata gonfiata. Lo stesso sulle convivenze, nessun divieto. Idem sull’alcol. Poi, ogni Paese ha le sue regole morali, nel sud Italia sono diverse che ha Milano. Qui il ruolo della donna sta crescendo, ma ovviamente c’è un ritardo storico enorme, che va colmato col tempo. Quando si vedono le statistiche in cui la violenza contro le donne sale, occorre ricordare che prima nessuno denunciava e adesso sì. Ecco perché salgono”. Un argomento forse vero, ma usato spesso, anche in Italia, per minimizzare un fenomeno tragico e odioso, di cui abbiamo avuto notizia da molte fonti. “Non c’è alcuna legge che obblighi a portare il velo, semmai è stato reso il diritto a molte donne di portarlo, perché era vietato. Insomma, qui stiamo assistendo a un ampliamento delle libertà, non a una loro contrazione”. Ecco dove il Mediterraneo e la sua complessità minano le certezze del ricercatore. 

“Anche la storia della polizia in borghese. Ma non è mica una invenzione subdola e repressiva di Erdogan! Viene da lontano, dalle politiche di sicurezza dei decenni di kemalismo. Non si può capire la Turchia senza inquadrarla nel suo orizzonte storico del tutto originale”.

Parliamo un po’ d’economia. “Va benone. Ha rallentato un poco ma corre bene. L’edilizia vale il 6% del PIL, dunque anche l’accusa che questo settore sia fuori controllo e droghi i dati economici è falso”. Il 6% è una quota altissima, in realtà, e dimostra un certo sbilanciamento intrinseco, ma io non lo interrompo. “Del resto se le compagnie estere vengono qui per fare business vuol dire che tutto va, altrimenti non verrebbero. Questa è un’economia forte, che cresce, che dà benessere in modo sempre più allargato”.

Chiedo a Giuseppe Mancini cosa ne pensi dei tanti giornalisti in carcere. “Non è vero che sono in carcere così tanti giornalisti. E non è vero che la Turchia meriti il primo posto nel ranking dei giornalisti detenuti. Molti che sono in galera sono attivisti e cospiratori, dunque non sono in galera per quel che hanno scritto”. La difesa è deboluccia, mi sento di dire. Anche perché le fonti attendibili dicono tutt’altro. Secondo molti media nel 2011 c’erano 4000 processi in corso contro giornalisti, un numero impressionante. E La Stampa (quotidiano nazionale italiano, ndr) riporta un rapporto pubblicato dal Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ), una ong con sede a New York, secondo la quale nel Paese è in atto “una delle più vaste operazioni di repressione della libertà di stampa nella storia recente”, e secondo la quale nel 2012 c’erano 76 giornalisti in carcere. Anche Articolo21 riporta, con molti altri media, la notizia dell’arresto di 23 giornalisti nel dicembre scorso. Tutti accusati di azione sovversiva e terrorismo. Reporter Senza Frontiere (RSF) giudica la Turchia “la più grande prigione al mondo per i giornalisti” avendo il maggior numero di giornalisti in carcere secondo i dati ufficiali disponibili. Mancini controbatte punto per punto, con qualche iperbole. “Nessuno è in galera per reati d’opinione. In galera trovi dei curdi per via delle norme antiterrorismo. Poi, certo, se vogliamo, dobbiamo e possiamo discutere la legge”. Mi aspetterei una critica a un governo che non intende ridiscuterla. “Ma questa è la realtà vera. Il peso del potere si sente, parliamoci chiaro. Il sistema, l’ho già detto, è imperfetto. Ma le cose vere vanno dette in modo preciso, altrimenti si fa confusione”. Su questo non posso non condividere. “Il giornale Zaman, ad esempio, non è vero che è stato chiuso. Pubblica regolarmente, mentre in occidente viene detto il contrario. Sono stati tutti rilasciati tranne il direttore. Sono accusati di politiche eversive. Hanno falsificato prove e sono stati sottoposti alla carcerazione preventiva, dunque, ripeto, non sono stati perseguiti per reato d’opinione”.

Mancini mi spiega che il vero problema è un altro, il solito vecchio problema del controllo dei media da parte di gruppi industriali. Naturalmente sarà come dice, del resto in Italia i massimi media sono tutti in mano alla finanza e all’imprenditoria, o allo Stato lottizzato col manuale Cencelli. Si sa che anche noi siamo ben dietro nelle classifiche della libertà di stampa. Però qui i giornalisti vengono uccisi o vanno in prigione, che è cosa ben diversa.

“Sai che Erdogan è stato messo in prigione per dieci mesi per aver letto una poesia? Attività antilaiche, era il capo d’imputazione. Ecco, quella è la Turchia di ieri. Dunque andiamoci piano a parlare del presente, perché altrimenti non capiamo la realtà delle cose. Verso l’Islam integralista, ad esempio, c’è stata sempre una presa di posizione chiara di rifiuto. E’ nel DNA dell’Islam ottomano, tra l’altro, dunque viene da lontano”. Insomma, direi che ci sono state epoche in cui le contro-crociate si facevano sentire parecchio. Ma Mancini ha ragione per quanto concerne l’epoca moderna.

Come vanno i lavori per l’ingresso in EU? “Male. I negoziati su Cipro sono bloccati e i capitoli 23 e 24, quelli su diritti e libertà fondamentali non vengono aperti. E’ un gesto di chiusura da parte dell’Europa”. Qui Mancini ha una teoria: non li aprono perché aprirli è come andare a riconoscere l’avanzamento del processo, dunque, anche su temi su cui la Turchia dovrebbe dare spiegazioni che non può facilmente dare, sarebbe comunque un gesto di riconoscimento politico del dialogo e del processo di integrazione. A me pare un po’ arzigogolato il ragionamento. Se l’Eu volesse bloccare l’entrata della Turchia in EU dovrebbe aprirli quei due capitoli, per metterla in mora. Comunque, registro la sua opinione.

Parliamo un po’ di Mediterraneo. Secondo Mancini i turchi lo sono pienamente, anche se non tutti allo stesso modo. Un tentativo di unione, pur parziale, è stato fatto cercando di creare un’area che è stata chiamata Shamgen, per fare il verso all’Europa con un gioco di parole. In quest’area di libero scambio e circolazione erano Turchia, Siria, Giordania, Libano. Un altro gesto “mediterraneo” è stato quello dell’Alleanza delle Civiltà tra Turchia e Spagna. Insomma, gesti ce ne sono, e hanno molto senso secondo Mancini. Ma poi torniamo a parlare di "lui".

“Il punto è che lui spariglia molto gli equilibri. L’uomo è un outsider, non fa parte delle élite culturali. E al governo ci sono sempre state le élite, dalla Repubblica di Kemal Atatürk fino ad oggi. Quando si vede la reazione di Erdogan alle grandi manifestazioni come Gezi Park, bisogna anche ricordare che Adnan Menderes, fondatore e leader del Partito Democratico e delle masse, fu impiccato dai militari mentre cercava di modernizzare e liberalizzare il Paese. Dunque, voglio dire… che uno si senta assediato o minacciato, in Turchia, ci sta direi, no?!”. Quante cose a cui ripensare, quante cose da verificare… Del resto, il Mediterraneo non è cosa che si possa comprendere a un colpo d’occhio. Qui siamo nei meandri della complessità. Il Mediterraneo ti impone di usare il cervello, ecco qual è il punto

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