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Incontri Culturali a Tbilisi: Dato Turashvili, scrittore

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(di Simone Perotti)

“Questo Paese si chiamava Iberia…”. Ecco un buon inizio, misterioso e affascinante. Il saper raccontare storie, con uno scrittore best-seller georgiano pluritradotto in tutto il mondo, è argomento calzante, che tornerà nel nostro incontro. “Ci siamo sempre chiamati iberici in Georgia, da Platone in avanti e fino ai primi anni del secolo passato, con l’arrivo dei sovietici. Poi cosa è successo?”. Dato Turashvili potrebbe essere uscito al medesimo tempo da un film di Kusturica, da un bistrò parigino o da un cargo georgiano. Ha la faccia divertita del ragazzino, quella dell’intellettuale, la vérve del mediterraneo autentico.

E sa comunicare, nonostante si scusi del suo inglese. E’ professore universitario di filologia, è un esperto e studioso di cinema, è stato il leader dei movimenti di protesta "per la democrazia e la libertà contro il regime sovietico" ci dice. E ha scritto il libro più venduto qui in Georgia "Jeans generation" tradotto in Italia con il titolo di "Volare via dall’URSS” (Palombi Editori).

Insomma, cos’è questa storia dell’Iberia? “Tuttora la Colchide è la zona a mare, quella orientale la chiamiamo Iberia. Le teorie sono molte, nessuna definitiva. Io ne ho una mia, che fa da terza rispetto a quelle più tradizionali: eravamo parte della civiltà del Mediterraneo occidentale. Pezzi di quella civiltà sono arrivati fin qui. Una prova? La nostra tradizione polifonica. Solo baschi e bulgari ce l’hanno identica (non simile, identica) e nessun altro. Una traccia ben chiara. Se tracci una riga sull’atlante è una diagonale precisa. Basta seguire la musica e si trovano i segni. Ma ci sono anche i sardi, e allora la diagonale si fa più sinuosa. ma oltre noi, nessun altro”. Bella storia.

“Lo stesso accade nei nomi, nella toponomastica. Ci sono delle identità toponomastiche speculari, sorprendenti. Forse è per questo che noi georgiani se siamo in Italia, in Spagna e in altre zone del Mediterraneo ci sentiamo a casa. Non lo stesso si può dire di voi con l’Europa, non è vero?! Un mio amico spagnolo un giorno mi ha detto: devo fare un viaggio per lavoro. Domani vado in Europa. E non stava scherzando”. Interessante battuta, assai più vera di quel che ritenga lui stesso. Almeno per me.

“Cosa vuol dire Mediterraneo? Vino, sole, comunicazione, mare, pensiero. Soprattutto mancanza di pragmatismo. Noi siamo cattivi manager, è inutile che facciamo finta. Noi siamo per la poesia e la letteratura”. Annoto la mia condivisione sul taccuino.

Ma perché ci siamo ridotti a seguire i manager? “Forse eravamo stanchi!” e scoppia in una bella risata. “Abbiamo molti doni, dovremmo goderceli. Abbiamo talenti, di cui abbiamo perduto consapevolezza. E questa dinamica è molto georgiana: la politica sovietica ci ha schiacciati. E’ vero, tutti avevano denaro per vivere, servizi, ma non facevamo niente. Quando l’URSS è caduta ci siamo ritrovati senza ombrello, e lì sono iniziati i guai. Gli uomini, i maschi intendo, sono andati in crisi. E si sono spesso rifugiati nell’alienazione, nell’alcool. Tutt’oggi sono in crisi pesante. Le donne invece si sono immediatamente riorganizzate, hanno ritrovato energia, si sono messe a fare, progettare, e hanno una loro chiara collocazione nel mondo. Le donne hanno saputo cambiare, gli uomini no, sono rimasti scioccati dalla mutazione sociopolitica. Forse perché sono madri, perché sanno reagire alla sofferenza. Chissà”. Mi ricorda qualcosa questa distinzione uomo-donna. 

Parliamo dell’integrazione con l’EU che qui viene vissuta come una enorme chance per il Paese, come il vero grande obiettivo da raggiungere. “Dobbiamo cambiare, alcune cose soprattutto. Creare un nuovo mix tra quello che siamo da sempre e quello che ancora non siamo. Un nuovo modello per noi. E se parliamo di Mediterraneo, per noi, è come tornare a casa”. Il ritorno è il titolo che noi di Mediterranea abbiamo dato a questa prima parte del nostro viaggio. Ulisse che torna a Itaca. “Dobbiamo prendere ad esempio il Giappone, che si è lanciato nella modernità restando fortemente radicato nelle proprie tradizioni”. Salto geografico immenso, ma paragone ben calzante.

Quando spiego a Dato la nostra idea un po’ utopica di un Mediterraneo unito e di una comune cittadinanza mi guarda così attento da sembrare rapito. “Ma è un’idea meravigliosa! Farebbe molta meno paura il Mditerraneo, ai georgiani, rispetto all’Europa. Mi hai cambiato prospettiva, ti devo ringraziare! Ora so come orientare il mio racconto di integrazione. Che idea splendida!”

Dato Turashvili mi spiega che estirpare la mentalità sovietica dalla cultura georgiana non è cosa semplice. Nella propoaganda stalinista (Stalin era georgiano, tra l’altro) il georgiano era sempre il personaggio corrotto della storia. Tanto nei film quanto nella letteratura e nella rappresentazione simbolica. Eppure oggi le nuove generazioni non sanno niente della corruzione, al contrario, la vivono come una cosa impensabile. Questa dualità è molto pirandelliana, osserva Dato, e mi spiega che Pirandello è l’autore italiano più conosciuto qui.

Noi dobbiamo riappropriarci del mare. Quello è il passaggio fondamentale per recuperare la nostra appartenenza al Mediterraneo. Con gli ottomani, poi con i sovietici, quel mare era chiuso. Il Mar Nero era blindato, dunque non esisteva più in quanto mare. Deniz, in Turchia vuol dire mare, ed è anche un nome. Anche noi davamo il nome Mare, in georgiano, ai nostri figli. Poi abbiamo smesso. Dobbiamo tornare a quel nome.

“Sai cosa è accaduto qualche tempo fa? Vado in un bel posto sul mare, quasi al confine turco, con la mia famiglia. Lì mangiavo sempre i barabuli, un pescetto di una decina di centimetri. Li ordino e il cameriere mi mostra dei pesci lunghi trenta centimetri. Io dico: “ma che diavolo sono questi pesci enormi?” e lui mi spiega che vengono dalla Norvegia. Ma Signore Iddio, come dalla Norvegia!!?? E il nostro Mar Nero dov’è finito?”.

Finiamo l’intervista e stento a salutarlo. E’ entusiasta della nostra visione del Mediterraneo. “Quando chiedo ai georgiani in giro per il mondo se sono felici mi rispondono tutti che stanno bene, ma che si sta male ‘senza patria’. Ecco, sapete quanto mi avete aiutato con questa vostra idea del Mediterraneo? ora so cosa rispondere a tutti”.

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