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Incontri culturali a Kavala: Charalampos Tsouroukidis, o del sorriso e dell'energia dei sogni

Charampolis 3

 

 

 

(di Simone Perotti)

Con Charalampos Tsouroukidis va così: siamo in un bar, beviamo qualcosa. Lui si avvicina, vestito elegante ma sobrio, Borsalino e sciarpa, e in buon italiano ci chiede, si informa, e ci invita a visitare la sua casa, la più bella della città vecchia di Kavala, che abbiamo notato e fotografato poco prima. Noi accettiamo entusiasti.

Restiamo a bocca aperta quando saliamo le scale di questa specie di torre a dieci piani arroccata sulla collina del quartiere turco. Bellezza, creatività, originalità, gusto che si inseguono nella dimora di un famoso architetto greco, ma anche attivista e filosofo, scopriremo dopo. Eppure non è ancora niente. Dopo aver bevuto e chiacchierato esce con noi, ci porta in un locale ristrutturato da lui, l’ex residenza del figlio del Sultano ottomano, duecento anni circa, dove ceniamo in modo raffinato, esclusivo, e paghiamo niente per sua intercessione. “Ho ristrutturato gratis questo posto. Per questo non ci vengo mai a cena, non mi farebbero pagare”. E’ così che impariamo i suoi primi paradossi.

Il giorno dopo nuovamente nel suo salotto, seduti accanto, accendiamo la telecamera.

Babis, così lo chiamano tutti, perché ieri ci hai invitati, trattati con riguardo, perché ci hai aperto la tua casa, raccontato tante cose preziose? “Perché non avrei dovuto? E’ una cosa che fai di cuore, senza pensare. Collego la dignità alla gratitudine per quello che abbiamo, cioè il Kosmo. Kosmina vuol dire gioiello, lo sai? Ecco una parola che c’entra con la tua domanda. Estrarre il gioello. E un’altra è Agalma, che vuol dire qualcosa che mi tranquillizza, mi fa sorridere dentro. Potrei chiederti la stessa cosa: perché siete venuti, perché mi avete fatto questo regalo?”. Sorrido per la sua visione capovolta. Capiterà ancora spesso durante il nostro dialogo.

“Non dirmi di raccontarmi attraverso definizioni. Non mi piace. Io mi sforzo di diventare un essere umano. Serve molto tempo e molto lavoro per riuscirci. Se dici che sono un architetto riduci tutto a qualcosa di fisso. Io cambio spesso, invece. Non bisogna far passare il tempo senza sorridere, ad esempio, ecco qualcosa che parla di me e di cosa sono. Senza litigare, facendosi degli amici, facendo qualcosa per la gente che ci sta intorno, per la società”.

Infatti, sei un attivista sociale, fai politica, è vero? “Guarda… I partiti, l’establishment, gli amministratori, sono un pericolo, un danno continuo. La politica non è quello. Troppe parole, loro, ma anche troppe parole noi. Un giorno mi sono detto: facciamo. Ma non come associazione, come gruppi, come movimenti, tutte cose inutili e dannose. Come individui. Così è nato il mio sforzo di fare cittadinanza attiva. Evolversi, cambiare, aprire la casa, rimuovere le barriere, fare qualcosa come individui. La società, il sistema, tutte parole vuote. Conta solo l’individuo. O si muove lui, oppure non accadrà mai nulla. Partecipare è inutile. Bisogna fare”.

Come si fa però a comportarsi da individui attivi, Babis? “Bisogna guardarsi dentro. Sai perché nessuno lo fa? Dentro vede la solitudine, e allora ha paura. Solo che se non ti guardi dentro non diventerai mai consapevole, e allora non potrai mai fare niente per te e per gli altri. Il gioiello non è facile da gestire. Serve coraggio, molto coraggio, altrimenti si distrugge tutto”.

Vorrei chiedergli di specificare, di spacchettare i concetti, di dirmeli con qualche esempio, ma poi mi accorgo che sono talmente chiari e belli così, che non serve. “Sai cosa produce il coraggio? I sogni, cioè le idee e i progetti che metti sopra di te, che ti ispirano, ti spingono. Se non hai sogni non puoi avere coraggio. E’ esattamente il contrario di quello che si pensa, cioè che se hai coraggio puoi tentare di realizzare i sogni. L’idea, il sogno, ti tirano in alto”.

Qualcuno che conosco direbbe che sono tutte belle parole, ma poi bisogna vivere, guadagnare, occuparsi dei soldi, sono temi che conosci, immagino. “Ah, sai quante volte li ho sentiti questi discorsi? Io non ho bisogni. Ho azzerato tutto. Se non ho i soldi non compro niente, poi se ce li ho mi compro un Borsalino, perché la bellezza è importante. Altrimenti, fa niente. La bellezza fa paura, sai. La gente mi vede vestito senza lusso, ma bene, e pensa che sono ricco. Non capiscono. Chi dice “non ho soldi, come faccio?” è una persona che ha abbandonato se stessa. Vive nel buio. Conosco tante famiglie senza soldi che non ho mai sentito lamentarsi. Fanno tutto quello che possono, in silenzio, non litigano con nessuno, si aiutano, fanno il massimo che possono. Vivono una vita dignitosa. Lamentarsi continuamente non è dignitoso”.

Dunque so già cosa pensi di questa crisi… “Che è morale, non economica. Ipocrisia, bugie, illusioni, per anni e anni. Tutti pensavano di essere ricchi, non si sapeva come o perché. Eravamo tutti lontani dalla realtà. Oggi tanti si lamentano: come faccio a vivere con 500 euro? Ma io chiedo loro: cosa dai tu per quella cifra? Cosa dai in cambio? Se non fai niente per capire te stesso, non puoi dare. Dunque non sei utile alla società, agli altri, sei un danno, un pericolo. Questa crisi è utile. Non c’era alcuna misura ormai, nessuna proporzione. Nessuno si guardava dentro, ma tutti fuori. Cos’è il consumismo se non questo?! Ora invece possiamo tentare di capire noi stessi, come dicevano greci e poi latini. Se questo non avviene il mondo non cambia. Cosa posso fare io per sorridere e far sorridere? Chi non sorride è un pericolo per sé e per gli altri”.

Quasi impossibile continuare un’intervista condividendo parola per parola quel che dice l’intervistato. Provo a fare il controcanto, ma sono così poco convinto che le domande sembrano banali, insulse, o forse lo sono davvero.

“Andavamo tutti fuori a cena, ristoranti, macchine… hai capito cosa intendo. Tutte occasioni mancate. Oggi è meglio, senza soldi. Io sono in pensione da tre mesi. Mai avuto uno stipendio mensile, è la prima volta. Le pensioni le hanno dimezzate, ma non dico niente. Se uno accetta il percorso da principio, senza tentare di cambiarlo, deve accettare anche le conseguenze. Ma tanto parlare di soldi è inutile, anzi, dannoso”.

Che vuol dire questo? “Che le cose cambieranno solo lavorando con amore. Basta prendere, bisogna dare. Quando si sta in un luogo, con altre persone, bisogna chiedersi: cosa dico io, cosa faccio io? Perché vivo?. Serve passione, che è quello che ti mantiene fresco e vitale. Lo dicevo prima: la passione genera il sogno, cioè mette sopra di te un’idea”.

Come mai ci siamo ridotti così? “Noi sottovalutavamo tutta la nostra ricchezza, cioè la cultura e la bellezza che erano state generate dai nostri antenati. Qualcun altro invece dava molto valore a questa ricchezza. E allora ha scatenato una guerra per prenderci tutto. Mentre noi dormivamo ubriachi, ci hanno rubato tutti i segreti del nostro modello mediterraneo e l’hanno usato per metterci sotto. Hanno rubato tutto. I loro musei sono pieni di cose che appartenevano a noi. Se le dovessero restituire rimarrebbero vuoti. Grazie al cielo il nostro Ethos ha radici antiche, e ha resistito. Siamo ancora qui e possiamo ripartire. Purchè non lo facciamo dalle idee, dai gruppi, dai partiti, ma dagli individui. Ognuno può cambiare il mondo. Anzi, l’unico che può cambiare il mondo è ognuno. Nessun procedimento democratico ideologia-partito-elezioni-governo-leggi ci potrà salvare”.

Ma l’individuo come fa a diventare consapevole di questo valore, di questa opportunità rivoluzionaria? “Non bisogna mai litigare, per non perdere energia preziosa. Perderla significa perdersi. Non conoscersi significa perdere energia. Senza stabilità psicologica, esistenziale, emotiva, siamo sempre in debito energetico, non possiamo fare nulla per noi e per gli altri. Se l’individuo entra nello spazio della propria consapevolezza il mondo cambia”.

Serve anche qualcosa che mandi avanti, qual è il motore per applicare l’energia? “L’orgoglio. Fare genera orgoglio, dunque nuova energia per fare. Basta leggere libri, basta parole. Bisogna fare per innescare un circolo virtuoso energetico”.

E i giovani? “I giovani grazie al cielo devono fronteggiare questa crisi. Senza sarebbero stati spacciati, come le generazioni precedenti. Invece ora devono fare ricorso alla creatività per uscirne. E questo li salverà. Se un laureato cerca lavoro per sé, ad esempio, è indegno della sua laurea. Ha avuto la fortuna di poter studiare, e allora deve generare lavoro per gli altri, non chiederne per sé. Se lo chiede per sé deve tornare a zappare la terra”.

Sembra tutto facile, ma poi facciamo i conti con i nostri limiti, che ne pensi? “Ogni tanto torniamo a casa e piangiamo. Cosa che nessuno sospetta di noi, perché nessuno immagina il dolore degli altri. Non c’è compassione. In quei momenti l’unica cosa che ci salva è la gratitudine degli altri. L’amicizia, la gratitudine, è la cosa più importante!”.

E con gli ingrati, che dilagano, come la mettiamo Babis? “Ci liberano. Vanno per la loro via, dunque noi siamo liberi. La loro ingratitudine ci serve per capire l’animo umano. Dunque dobbiamo ringraziarli. Diciamoci la verità: non è senza quella ingratitudine che risolveremmo i nostri problemi. Se non sappiamo stare sulle nostre gambe, se non siamo autosufficienti dal punto di vista emotivo, il problema è solo nostro”.

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