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Incontri culturali ad Istanbul: Buket Uzuner, scrittrice

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(di Simone Perotti)

“Se siamo mediterranei noi turchi? Ah bella domanda. La nostra identità è difficile da definire!” Buket Uzuner è una bella donna, dai modi raffinati, si vede che è colta, impegnata, che ha viaggiato, che conosce il mondo. Si esprime in un inglese quasi perfetto, sceglie le parole, ma non fa pause. Pesca i pensieri da vicino a sé, compagni di un lungo percorso di riflessioni e di sentimenti. Per me è un piacere incontrarla, visto che ho profondamente amato il suo “Ada d’Ambra”, uno dei migliori romanzi che abbia letto negli ultimi dieci anni.

“A scuola studiamo che intorno alla Turchia ci sono tre mari: Nero, Marmara, Bianco (il Mediterraneo, così lo chiamano i turchi dai tempi di Dragut, ndr), e molti qui dicono che siamo orientali, o mediorientali. Io credo che i modelli cambino nel tempo, dunque è difficile definirsi sia perché non conosciamo, spesso, la nostra identità, sia perché questa muta nel tempo”.

Buket Uzuner non sta evitando la domanda, le sta girando intorno, la sta osservando. Mi spiega che lei si è sempre definita una scrittrice mediterranea, e il “modello mediterraneo” è tema quotidiano, ci ha ragionato, ne ha proposto gli stilemi, mi racconta che quando ne parlava, in Turchia, pensavano fosse di Antalya, cioé che si riferisse alla costa sud del Paese.

Tuttavia il modello mediterraneo qual è? E’ magrebino? Persiano? Occidentale? “Gli ottomani hanno portato il caffè a Vienna. Gli era arrivato dallo Yemen, e lì dall’Eritrea. Il caffé è mediterraneo, dunque?” Interessanti e acuti interrogativi. “Qui l’idea che siamo asiatici, mediorientali, è molto forte, e forse, in qualche modo, serve a facilitare il processo di diffusione dell’Islam. E nessuno può e deve negare il suo background. Ma allora dobbiamo parlare degli Ittiti, dei Sumeri, e dello sciamanesimo, che sto studiando da molto tempo. Assai prima che islamici siamo sciamanici. Lo dice l’archelogia. Certo chi nega la nostra mediterraneità non aiuta il processo di individuazione della nostra identità”.

Paliamo un po’ del Mediterraneo. Ripercorriamo i suoi grandi sistemi di aggregazione, le sue forti cellule coesive e anche distruttive. Conveniamo che un modello mediterraneo per l’aggregazione, la società, la vita dell’individuo, la crescita, il benessere, oggi, non c’è. Bisogna cercarlo. “Vedi, per me il vero modello si chiama dignità, libertà, uguaglianza”. Ecco la scrittrice che emerge, il gusto del pensiero ma anche della parola, della frase. “Quando proviamo disagio per il modello americano, nordeuropeo, è a questi valori che ci stiamo riferendo. E molti li troviamo nel Mediterraneo, effettivamente. Clima, cibo, luce, musica ci hanno reso sensibili a una serie di valori, che fanno parte di noi. Quando sono all’estero, dovunque sia, vengo rapita, sulle prime, dallo stile di vita, dai simboli di altri. Accadde soprattutto nei miei primi viaggi verso ovest. Poi però mi mancava il sapore dell’olio d’oliva, e dire questo non è banalizzare. Non sono una bambina che si rifiuta di crescere, la mia ingenuità simbolica è una scelta, e anche questo è atteggiamento mediterraneo”.

Le chiedo quale sia il punto di partenza per definire un possibile nuovo modello, che ci aiuti, che ci serva, che possiamo seguire, cui possiamo ispirarci. Lei risponde d’impulso: “Cibo e musica!”. Poi ci riflette ancora: “Hai ragione quando dici che i grandi poteri ci vogliono divisi in questa nostra grande area culturale e sociale. Divisi siamo più utili. All’estero molti amici mi chiedono se mi senta europea o asiatica. Io mi sono un po’ stancata di questa domanda, che è superficiale. Io mi sento entrambe le cose, e questo, guarda caso, mi definisce proprio come mediterranea”. Poi con le dita Buket si mette a disegnare nell’aria. Riquadra un foglio immaginario e punta l’indice ai suoi vertici: “Qui metterei la salute, la cosa più importante; poi il potere che la salute ti dà, l’energia; poi la giovinezza, che è la speranza delle future generazioni; e nel quarto vertice metterei la gioia di vivere, il gioco. Ecco i quattro vertici di un possibile ragionamento sul modello mediterraneo. Che poi se guardi questo foglio da fuori, al centro compare la parole Libertà”. Che splendido schema, che bella la sua raffigurazione di un foglio per iniziare a disegnare un’ipotesi di vita.

Finiamo a parlare di politica, naturalmente. Buket mi spiega che fa fatica a condividere alcune scelte recenti della politica turca. “Siamo un paese diviso in due, due metà diverse e abbastanza contrapposte per ideali e valori. E questo non è un buon sintomo. Se le divisioni non si sanano, c’è sempre rischio di una svolta autoritaria”. Parole che fanno riflettere.

Le chiedo dei valori imperanti: “C’è molto populismo. In parte è comprensibile, ma oltre un certo limite è troppo. Mia mamma era religiosa, pregava, osservava le regole, ma non si è mai sognata di portare un velo sulla testa. In quegli anni, e a ritroso, non c’era alcuna oppressione per i credenti. Ora mi pare che si opprima un po’ la democrazia, che in quegli anni era vietato denigrare o ammaccare con parole o azioni. Oggi invece…”.

Mi spiega che il problema vero non è tanto Erdogan o un partito che viene votato da tanti cittadini. Il problema è la minoranza, l’opposizione, che non c’è, che se c’è è divisa. "Avremmo davvero tutti bisogno di riferirci a un modello mediterraneo attrattivo, che aiutasse a costruire un’alternativa, forse”.

Le chiedo di Gezi Park. Cosa è rimasto? Qualcuno ci dice che non è nato un vero movimento. “Serve tempo. le cose accadono. Era bello vedere in piazza il proprio vicino. Ci ha fatto sentire meglio, più uniti. Ora serve tempo. Tante iniziative ci sono, portano avanti il processo. Io sono stata eletta nella mia circoscrizione, lavoro, mi impegno. Quando mai lo avrei fatto senza Gezi? Gezi ha portato molti a impegnarsi, e questo è un primo esempio del suo influsso e del suo contributo”.

Finiamo sorridendo: “Io ho speranza. Io credo nella forza del bene. Guardate cosa accade con Tsipras. Ecco, lui sembra che stia applicando un modello mediterraneo. E trovo il suo tentativo molto, molto interessante”.

Le chiedo chi sia il leader dell’opposizione capace in futuro di offrire un’alternativa. Lei ci pensa su. Poi mi risponde così: “Un ragazzino ha detto qualcosa che non doveva, qualche tempo fa. Due poliziotti l’hanno prelevato e portato in caserma. Ecco, io credo che quel ragazzino sarà il leader dell’opposizione prossima ventura”. 

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